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			<title>Il Brunch è una questione di testa: 3 leggi psicologiche dietro il tuo rituale</title>
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			<description><![CDATA[<strong>Il Brunch è una questione di testa: 3 leggi psicologiche dietro il tuo rituale</strong><br />Avete mai notato come un avocado toast presentato alla perfezione sembri quasi più buono di quanto non sia in realtà? O come quel locale curato ci faccia sentire subito &quot;a casa&quot;?
Non è un caso. Ecco le tre leggi psicologiche che trasformano un semplice brunch in un appuntamento irrinunciabile.
1. L’Effetto Alone: Quando l’estetica detta il gusto
L’Effetto Alone (o Halo Effect) è il bias cognitivo per cui la nostra percezione di un singolo tratto positivo di una persona o di un oggetto — in questo caso, l’aspetto estetico di un piatto o di una location — influenza la nostra valutazione complessiva di essa. Se un brunch è presentato in modo impeccabile, il nostro cervello &quot;taglia corto&quot; e conclude automaticamente che sia anche di qualità superiore, sano e gratificante.


Le origini: Il primo a teorizzare questo fenomeno fu lo psicologo statunitense Edward Thorndike, che pubblicò i risultati dei suoi studi nel 1920 nell&#039;articolo A Constant Error in Psychological Ratings. Thorndike notò come le persone tendessero a valutare le qualità di un individuo in modo coerente: se appariva attraente o in gamba in un ambito, veniva giudicato tale anche in altri aspetti, anche senza prove tangibili. Nel brunch, l’estetica (il &quot;bello&quot;) diventa il &quot;gancio&quot; che ci convince della bontà del prodotto.


2. La Piramide di Maslow: Dal nutrimento all’appartenenza
Il brunch agisce come un catalizzatore in grado di soddisfare diversi livelli della Piramide dei bisogni di Abraham Maslow simultaneamente.


Bisogni fisiologici: Il nutrimento è il punto di partenza, ma nel brunch viene elevato a piacere edonistico.


Bisogni di appartenenza e amore: Il brunch è, per definizione, un rito sociale. Sedersi a tavola con amici o partner soddisfa il bisogno di connessione umana e condivisione.


Bisogni di stima e riconoscimento: Scegliere un posto &quot;giusto&quot;, fotografare il piatto perfetto e condividere l&#039;esperienza è un modo per cercare validazione esterna e sentirsi parte di un gruppo che segue determinati trend.


Armonia: L&#039;ambiente curato, il ritmo lento e la musica di sottofondo creano una cornice che appaga il bisogno di ordine e bellezza, staccandoci dallo stress lavorativo settimanale.

La cura del sè: fondamentale è trovare una proposta che possa soddisfare il bisogno della cura personale al benessere scegliendo colazioni proteiche o piatti salutisti che incontrino non solo i gusti ma i biosgni specifici di salutisti, sportivi e cultori dell&#039;alimentazione sana.

3. La Legge del Contrasto: Perché il brunch &quot;rompe&quot; la routine?
Una delle domande più comuni è: &quot;Perché il brunch ci fa sentire così bene rispetto a una colazione o un pranzo veloci?&quot;. La risposta risiede nella Legge del Contrasto. Il nostro cervello percepisce gli stimoli non in modo assoluto, ma in relazione a quelli precedenti. Se durante la settimana siamo immersi in pasti rapidi, funzionali e spesso solitari, il brunch — che rompe la linearità del tempo (non è colazione, non è pranzo) — viene percepito dal cervello come un &quot;premio&quot; altamente gratificante. Questo contrasto trasforma il pasto in un evento eccezionale, amplificando la sensazione di relax e felicità.
Se vi interessa esplorare come la psicologia si intreccia con il design e il cibo, contattateci  e vi forniremo materiali o riferimenti di  esperti di food design e neuromarketing che analizzano costantemente come gli stimoli visivi influenzano le nostre scelte di consumo.
Giugno 2026
Dott.ssa Passoni Flavia I, Direttore Scientifico di Synesis Psicologia
 
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Ansia: si combatte anche a tavola!
Il comportamento alimentare: un nuovo approccio alla salute
CHOCO_ADDICTION esiste davvero? Neuropsicobiologia del cioccolato
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 PSICOLOGIA DELL&#039;ALIMENTAZIONE
 
 
 
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			<title>EMDR: come un semplice gesto ci aiuta a superare traumi, paure, disagi.</title>
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			<description><![CDATA[<strong>EMDR: come un semplice gesto ci aiuta a superare traumi, paure, disagi.</strong><br />A volte è sufficiente una passeggiata in un parco per fare una scoperta che cambia le regole del gioco. È il caso della desensibilizzazione e rielaborazione attraverso i movimento oculari (EMDR), un metodo psicoterapeutico di recente invenzione che permette di rielaborare i traumi del passato, ma anche di gestire le problematiche legate all’ansia e di rafforzare la sicurezza nelle proprie risorse individuali.
Tavola dei contenuti
Riconoscere un’esperienza traumatica
Come può aiutarci l’EMDR?
Come funziona l’EMDR?
L’EMDR è davvero sicuro?
Conclusioni
Riferimenti bibliografici
 
Capita, di tanto in tanto, che la vita quotidiana e un pizzico di fortuna offrano lo spunto giusto per fare una scoperta che ha dello straordinario. Nel 1987 la psicologa statunitense Francine Shapiro sta camminando in un parco e, all’improvviso, si rende conto che i soli movimenti degli occhi sono sufficienti per ridurre l’intensità delle emozioni negative provocate dai suoi stessi pensieri.
La Shapiro coglie l’opportunità, conduce esperimenti su se stessa e su altri soggetti e, due anni più tardi, pubblica un articolo dal titolo “L’efficacia della desensibilizzazione attraverso i movimenti oculari nel trattamento delle memorie traumatiche”1: ha inizio una linea di ricerca rivoluzionaria, con l’obiettivo di validare e perfezionare un metodo terapeutico che oggi offre un aiuto concreto non soltanto nel trattamento del Disturbo Post Traumatico da Stress (PTSD), ma anche in quello dei traumi minori, delle fobie, delle ossessioni e molto altro.
 
 
Riconoscere un’esperienza traumatica
L’approccio EMDR (dall’inglese Eye Movement Desensitization and Reprocessing) si basa sull’idea che le esperienze traumatiche vengano immagazzinate in modo disfunzionale, proprio a causa del loro contenuto emotivo negativo. Tali ricordi non vengono adeguatamente integrati con tutte le altre reti neurali - la nostra storia, i nostri progetti, le nostre emozioni - ma restano come pietrificati in una forma grezza, che porta a riviverne il contenuto spaventoso e ansiogeno come se ci si trovasse nuovamente di fronte all’evento scatenante. Così si forma un trauma non elaborato, che per poter essere superato - e quindi ricordato senza essere costretti a riviverlo - necessita di essere compreso, accettato, collocato in un contesto di senso; in altre parole, di essere rielaborato.  
Il Disturbo Post Traumatico da Stress (PTSD) è una sindrome comportamentale che può colpire le vittime di un evento traumatico - ma anche le persone ad esse vicine, quali testimoni, familiari o soccorritori - e si manifesta con una molteplicità di sintomi; tra i più importanti ricordiamo:

Evitamento di qualsiasi oggetto o situazione che ricordi, anche solo a livello simbolico, l’esperienza traumatica;
Pensieri intrusivi, sotto forma di flashback dell’evento o di incubi particolarmente vividi;
Ansia generalizzata, anche sotto forma di tensione somatica, irritabilità e insonnia;
Sintomi dissociativi, quali amnesie, confusione e depersonalizzazione;
Senso di colpa;
Depressione.

Le esperienze traumatiche che più facilmente possono cristallizzarsi e dare origine a quadri sintomatologici come quello appena descritto sono quelle legate a gravi incidenti o catastrofi naturali che hanno messo in pericolo la nostra vita o quella di altre persone, nonché a situazioni particolarmente gravi di abuso fisico o psicologico, specie se ripetuto o prolungato nel tempo. Ma la lista non finisce qui, a differenza del passato, in cui, secondo il DSM ( Manuale Diagnostico Statistico delle Malattie mentali)  poteva essere considerato “Trauma” solo un evento che comportasse l’esposizione ( diretta o assistita) a  minaccia di morte o gravi lesioni fisiche, oggi possono essere considerati traumi minori eventi che, pur non comportando tali minacce, espongono il soggetto a forti stressor fisici ed emotivi per periodi più o meno prolungati: ad esempio, possono essere codificati come traumi, in determinate circostanze, anche lutti, malattie croniche, disturbi alimentari, episodi di bullismo, difficoltà scolastiche, mobbing, attacchi di panico prolungati e invalidanti, e, in generale, qualsiasi evento o situazione che abbia comportato elevati livelli di stress psicologico.   
  
 
Come può aiutarci l’EMDR?
Le tecniche EMDR nascono, all’interno di diversi approcci terapeutici,  proprio con l’obiettivo di “sciogliere” i nodi lasciati dalle esperienze traumatiche. Tuttavia, nel tempo si sono rivelate utili anche nel trattamento di una serie di problematiche non direttamente riconducibili a specifiche situazioni traumatiche ma comunque connesse a stati emotivi stressogeni, quali l’ansia generalizzata, le ossessioni e le fobie.
Il trattamento EMDR consta di un protocollo strutturato cui il terapeuta si attiene rigorosamente; non si tratta, dunque, di una semplice tecnica di rilassamento, né di una forma di ipnosi. Tale procedura prevede la focalizzazione dell’attenzione sul ricordo dell’evento traumatico a livello di immagini, emozioni e sensazioni fisiche, mentre il terapeuta effettua una stimolazione bilaterale. Questa può avvenire per mezzo di rapidi movimenti oculari, come nella sua forma originale, ma anche di altri canali sensoriali quali l’udito o il tatto (tapping).
L’attivazione cerebrale bilaterale sembra essere in grado di favorire la formazione di nuove connessioni con il ricordo dell’evento traumatico; questo significa che a tale esperienza può essere attribuito un significato all’interno della propria storia personale, rivalutando ad esempio gli eventi che hanno condotto al suo verificarsi e quelli che ne sono conseguiti, nonché riconsiderando adattivamente il nostro ruolo, le nostre credenze e le nostre prospettive per il futuro. In altre parole, i movimenti oculari o le stimolazioni sensoriali bilaterali facilitano l’elaborazione del trauma.
Attualmente l’approccio EMDR viene riportato tra le linee guida dell’OMS, l’Organizzazione Mondiale per la Sanità, con l’obiettivo di «ridurre la sofferenza del soggetto e rafforzare le credenze adattive e funzionali relative all’evento traumatico»; un gran numero di studi e pubblicazioni confermano l’utilità dell’EMDR nel trattamento di traumi, ansia generalizzata, fobie (tra cui l’ansia sociale), depressione, sintomi ossessivi e compulsivi, somatizzazioni, dipendenze e molto altro.
 
 
Come funziona l’EMDR?
La terapia con EMDR, in quanto trattamento strutturato e standardizzato, consta di otto fasi, che prendono il via dalla storia del paziente e dalla stesura di un piano di trattamento, nonché dal consolidamento dell’alleanza terapeutica con il paziente. Le fasi centrali sono qui riassunte in tre momenti principali:

Valutazione. In questa fase si valuta il grado di disagio soggettivo provocato dal ricordo dell’evento; successivamente, al paziente viene chiesto di identificare le emozioni, le sensazioni corporee e la convinzione negativa su di sé (ad esempio, “Io non ho valore”) che accompagnano tale ricordo, nonché una cognizione positiva desiderata in relazione all’evento (ad esempio, “Io sono una buona persona”).
Desensibilizzazione per mezzo di stimolazione bilaterale.  Questa fase insiste sull’elaborazione dell’evento traumatico e continuo fino a quando non si riducono fortemente le sensazioni negative ad esso associate.
Installazione della cognizione positiva. L’obiettivo di questa fase è di sostituire la convinzione negativa di partenza con un pensiero positivo, alla luce delle nuove risorse del paziente.

 
L’EMDR è davvero sicuro?
Una domanda che potrebbe sorgere è la seguente: poiché questo approccio richiede al soggetto di ricordare vividamente l’evento traumatico, l’EMDR può essere pericoloso? La risposta è no. Tale esposizione può risultare inizialmente dolorosa e importante da un punto di vista emotivo, ma occorre tenere a mente che lo scopo del trattamento è sempre quello di sciogliere la tensione trattenuta dal trauma e di lasciare al suo posto una cognizione positiva e, dunque, una sensazione di profondo sollievo e benessere.
Inoltre, nella fase di preparazione il terapeuta fornisce al paziente delle tecniche per fronteggiare al meglio eventuali sensazioni negative che dovessero sorgere in seguito alle sedute di trattamento. Una di queste è il “luogo sicuro”, un esercizio di visualizzazione atto a rinforzare la cognizione di sé e ad alleviare le sensazioni di ansia e disagio. Il luogo sicuro può essere poi ripreso dal soggetto in autostimolazione ogni qualvolta ne sentisse il bisogno.
È certamente indispensabile che tutte queste tecniche siano inserite all’interno di un percorso più ampio, nel contesto di una relazione di fiducia tra paziente e terapeuta, meglio ancora se in un lavoro d’équipe specializzata nel trattamento EMDR e multidisciplinare.
 
Conclusioni
Nato da un’osservazione apparentemente casuale, l’approccio EMDR è oggi una tecnica sicura ed efficace per il trattamento di una vasta gamma di disturbi, che spaziano da quelli legati all’ansia - tra cui le fobie e l’ansia sociale - a quelli caratterizzati da una sintomatologia somatizzante od ossessivo-compulsiva, ma anche dipendenze, disturbi della condotta alimentare, depressione, lutti acuti e così via. L’importante è rivolgersi a persone competenti: il trattamento EMDR è delicato e complesso e necessità di competenze tecniche e capacità di gestione emotiva, da ritrovarsi esclusivamete nella figura dello psicoterapeuta (non è sufficiente lo psicologo o il counsellor) che abbia affrontato un percorso di formazione specifica e riconosciuta presso i centri specializzati (Titolare  della formazione EMDR in italia è l’associazione EMDR Italia che fornisce un elenco dei terapeuti formati e abilitati presso la scuola).
Se pensi che questa tecnica possa esserti d’aiuto o se vuoi saperne di più, leggi gli articoli correlati emdr Syensis ,  chiedi consiglio al tuo terapeuta, contattaci a Synesis Psicologia®, informati presso l’associaizone EMDR o, in caso di necessità richiedi una vera e propria consulenza psicologica. 
 
 
Riferimenti bibliografici:
Associazione per l&#039;EMDR Italia www.emdr.it
American Psychiatric Association (2014). Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali. Quinta edizione. DSM-5. Milano: Raffaello Cortina Editore.
Lee CW., Cuijpers P. (2013) A meta-analysis of the contribution of eye movements in processing emotional memories. Journal of Behavior Therapy and Experimental Psychiatry 44(2):231-9.
UNHC – World Healt Organization, MENTAL HEALTH GAP ACTION PROGRAM (2013) L’assesment e la gestione dei disturbi specifici legati allo stress.
 
 
Dott.ssa Passoni Flavia Ilaria (Psicologa, Psicoterapeuta, Dir. Scientifico  di Synesis Psicologia®)
Dott. Verza Stefano Clemente (Dottore in Psicologia)
 
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			<title>Lettura a quattro zampe: come la Pet Therapy migliora le abilità di lettura</title>
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			<description><![CDATA[<strong>Lettura a quattro zampe: come la Pet Therapy migliora le abilità di lettura</strong><br />Pet Therapy
La prodigalità dell’affetto degli animali rappresenta un efficace mezzo per migliorare le aree emotive, sociali e comportamentali di persone in difficoltà. La cosiddetta “Pet Therapy” nasce negli anni ’60 con lo psichiatra infantile Boris Levinson, il quale colse gli effetti positivi sortiti dalla presenza del suo cane durante le sedute. Negli anni ’80 Erica Friedmann osservò un’interessante correlazione tra la sopravvivenza di pazienti cardiopatici ed il loro possesso di animali domestici: la sola osservazione di un animale era capace di indurre nei degenti la diminuzione della pressione arteriosa, la regolarizzazione del battito cardiaco e della respirazione, nonché il rilassamento del tono muscolare e delle espressioni del viso.
La zooterapia, più comunemente conosciuta come Pet-Therapy, può coinvolgere animali di piccola taglia come cani, gatti e conigli ma anche cavalli ed asini.
Diverse tipologie di intrevento con animali :AAA, AAE & AAT 
È importante però distinguere le diverse tipologie degli Interventi Assistiti con Animali, definite con le sigle  AAI , differenziando le attività assistite ludico ricreative (AAA), dagli interventi educativi ( AAE ) e da quelli autenticamente terapeutici (AAT).
Le AAA (Animal Assisted Activities) sono delle attività ludico-ricreative tese a migliorare la qualità della vita di persone con disabilità fisica o psico-fisica. Le AAE (Animal Assisted Education) sono interventi di tipo educativo con finalità relazionali e di inserimento sociale, nonché rinforzare l’autostima dei soggetti coinvolti. Le AAT (Animal Assisted Therapies) sono invece dei veri e propri percorsi di terapia con l’obiettivo di migliorare lo stato fisico, sociale, emotivo e cognitivo dei pazienti. Fin dal principio le sedute hanno un chiaro obiettivo terapeutico e sono progettate da équipe multidisciplinari composte da operatori specializzati, educatori, psicomotricisti, psicologi e veterinari.
Green Care
Attualmente sta prendendo piede la Green Care. Non solo gli animali ma pure le fattorie e i contesti rurali assumono un ruolo centrale nella promozione della salute fisica e mentale: anche natura e vegetazione diventano un elemento terapeutico. A tal proposito, una ricerca condotta su un campione di pazienti psichiatrici ha dimostrato l’efficacia della pet therapy con animali da fattoria nell’aumentare la percezione di auto-efficacia e le abilità di coping.
I benefici della presenza del cane 
La presenza degli animali, nello specifico dei cani, sembra essere un fattore facilitante all’interno di contesti terapeutici ed educativi con i bambini proprio perché questi li percepiscono come un operatore non giudicante: il cane non critica, non sentenzia, non mostra impazienza o distrazione. I pensieri negativi vengono gradualmente attenuati dalla compagnia confortante ed accogliente dell’animale, con cui si esprimono le emozioni in maniera più immediata ed autentica.
READ® dog 
Queste evidenze hanno portato alla formulazione del progetto READ® dog (Reading Education Assistance Dogs): esso consiste in un intervento di alfabetizzazione durante il quale il bambino legge ad un cane in presenza di un istruttore appositamente formato. L’idea alla base è che la presenza del cane possa agevolare il superamento dell’ansia di leggere ad alta voce: la sua partecipazione tranquilla e silenziosa consente di leggere al proprio ritmo, senza il timore di venire giudicati.
L’intervento READ® dog rientra in uno speciale programma per il supporto alla lettura fondato nel 1999 dall’organizzazione no profit americana Intermountain Therapy Animals (I.T.A.). La lettura si deve svolgere “one to one”, in modo tale che ad ogni bambino venga assicurato un setting unico e raccolto. L’intervento si svolge in 8/10 incontri settimanali della durata di 20 minuti durante i quali il bambino, seduto comodamente su un materassino, legge un libro di propria scelta al cane READ®. Ogni seduta prevede la presenza di professionista conduttore del cane.
Questo tipo di professionalità non si improvvisa, gli operatori del team READ® non solo possiedono il riconoscimento come coadiutore del cane in AAI ma hanno anche frequentato uno specifico corso per diventare professionisti READ®.
I giovanissimi partecipanti al progetto hanno mostrato maggiore rilassamento e fiducia in sé, oltre ad una riduzione della pressione sanguigna. In aggiunta, incrementando la motivazione dei bambini migliorano le performance nella lettura e l’apertura alle attività di apprendimento. L’attenuazione della ansia da lettura diminuisce la fatica per impadronirsi del significato letterale del testo, potenzia il coinvolgimento emotivo e contrasta la frammentazione dell’esperienza. Questo tipo di intervento può ridurre la sfiducia verso la lettura e il cosiddetto “effetto Matthew”, per cui un’insufficiente capacità di lettura impedisce l’apprendimento anche in altre aree di studio.  Risultano quindi evidenti le possibili proficue potenzialità di questo progetto in casi di balbuzie e dislessia, utilizzando il programma in equipe psicologiche specializzate in età evolutiva e Disturbi dell’Apprendimento (che in Lombardia , a differenza delle altre regioni italiane, possono essere strutture private purchè autorizzate dalle ASST territoriali ad attività di prima diagnosi e certificazione.
La dinamicità di questi tipi di setting comporta una grande difficoltà di standardizzazione poiché la disposizione di protocolli può significare, per alcuni operatori, snaturare il tipo di attività. È essenziale però verificare gli effetti del READ confrontando tra loro allievi che seguono questo programma con allievi che ne seguono uno diverso (la lettura congiunta) o che non seguono specifici programmi di potenziamento (gruppo di controllo). Inoltre, risulta particolarmente interessante condurre questa analisi nella nostra lingua, caratterizzata da una grammatica trasparente, poiché nessuno studio su questo tema è stato realizzato con bambini italiani. La tematica è dunque aperta e merita un approfondimento.
Riferimenti bibliografici

Berget, B., Ekeberg, Ø., Braastad, Bjarne O. (2008). Animal-assisted therapy with farm animals for persons with psychiatric disorders: effects on self-efficacy, coping ability and quality of life, a randomized controlled trial. Clinical Practice and Epidemiology in Mental Health, 4:9
Friedmann E., Katcher A., Thomas S., Lynch J., Messene P., Social interaction and blood pressure: influence of animal companions, in The Journal of Nervous and Mental Disease , 1983.
Friesen L., How a therapy dog may inspire student literacy engagement in the elementary language

arts classroom, in LEARNing Landscapes, 2009.

Friesen L., Potential for the role of school-based animal-assisted literacy mentoring programs, in Lang Lit, 2010.
Jalongo MR., Astorino T., Bomboy N., Canine visitors: The influence of therapy dogs on young children&#039;s learning and well-being in classrooms and hospitals, in Early Child Education Journal, 2004.
Jalongo MR., ‘‘What are all these dogs doing at school?” Using therapy dogs to promote children’s reading practice, in Child Education Journal, 2005.
Jalongo MR., Hirsh RA., Understanding reading anxiety: new insights from neuroscience, in Early Child Education Journal, 2010.
Le Roux MC., Swartz L., Swartz E., The effect of an animal-assisted reading program on the reading rate, accuracy and comprehension of grade 3 students: A randomized control study, in Child Youth Care Forum, 2014.
Levinson, B. M. Pet Psychotherapy: Use of Household Pets in the Treatment of Behavior Disorder in Childhood. Psychological Reports17 (1965): 695-698.
Pillow-Price K., Yonts N., Stinson L., Sit, stay, read: Improving literacy skills using dogs!, in Dimensions of Early Childhood, 2014.
Shaw DM., Man&#039;s best friend as a reading facilitator, in The Reading Teacher, 2013.
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			<title>Psicologia del  Dono: Perché regalare benessere ci fa sentire meglio!</title>
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			<description><![CDATA[<strong>Psicologia del  Dono: Perché regalare benessere ci fa sentire meglio!</strong><br /> Il lavoro, le responsabilità, il modo in cui ci nutriamo e l’ambiente in cui viviamo sono degli stressor per il nostro corpo. Solo che non troviamo mai il tempo per occuparcene.
Per questo motivo il Natale può essere l’occasione giusta sia per stare a casa con i familiari, sia per condividere con loro un momento di benessere ovvero uno spazio in cui prendersi cura delle proprie necessità e recuperare l’equilibrio psico-fisico, specifico per ciascuno di noi. Tra le varie tradizioni natalizie, quello dello scambiarsi i doni sembra essere un gesto ricco di significati che ha a che fare anche con la propria personalità e può diventare anche un modo di generare il benessere personale con un potere, se non curativo , almeno rinfrancante. Come? Scopriamolo insieme.
 
Regali e personalità: i regali che scegli per gli altri parlano di te
Il dono non è per forza un oggetto, ma un messaggio personale con cui manifestiamo aspetti di personalità. Dunque essendo “cucito” sulla persona, il suo valore è nel gesto poiché comunica affetto incondizionato in chi lo riceve.  Donare è un&#039;azione sociale e in quanto tale non è solo rivestita di aspetti psicologici ma è anche governata da regole sociali che qualificano le relazioni. La psicologia, ad esempio, si è interessata del regalo proprio in virtù degli aspetti psicologici che vi sono dietro quali predisposizione personale, processo decisionale e dinamiche sociali.
“Dimmi cosa regali e ti dirò chi sei!” è una frase fatta a mò di slogan pubblicitario ma che nasconde un fondo di verità poiché si fa riferimento al fatto che il dono possa diventare una sorta di stimolo proiettivo in cui “il donante” non esprime solo intenzioni e sentimenti, ma lo fa in linea con la sua stessa personalità e, pertanto, esprimendo veri e propri tratti personologici.
Lo stesso Joseph Messinger ha affermato che il regalo giusto è un modo per confermare la reciproca affinità con l’altro, dunque una sorta di comunicazione. Così ad esempio &quot;il regalo costoso può essere un indicatore di egocentrismo o ossessione per le opinioni altrui, mentre chi sceglie doni utili non vuole  comunicare superficialità, ma un’attenzione ai bisogni dell’altro&quot; (fonte)
L’impatto del “dono” nella relazione
Il dono assume poi un significato simbolico particolare che diventa un vero e proprio elemento della relazione.
Il senso gratuito del dono fatto senza l&#039;aspettativa di ricevere qualcosa in cambio porta con sé un aspetto di “Dono di se stessi” ma al contempo si carica di un significato emotivo in cui attese e aspettative sono strettamente intersecate. Se è vero infatti che i regali più apprezzati sono quelli che fanno riferimento ad un passato comune o elementi vissuti insieme dall&#039;altra la delusione delle aspettative quando si attende un regalo può essere un pericoloso elemento di squilibrio all&#039;interno della relazione.
Al contrario invece un regalo atteso è gradito, oppure un regalo del tutto inatteso ma che realizza un bisogno profondo di una persona, rappresenta un&#039;esperienza che si radica anche a livelli profondi degli apprendimenti esperienziali inconsci, generando una sensazione positiva che si ancora al nostro vissuto e può continuare ad esercitare il suo impatto nel tempo anche a distanza, in presenza solo di stimoli che possono ricordare il momento della ricezione del dono o elementi del dono stesso.
E queste stesse emozioni vengono condivise tra ricevente e donatore
Perché “Regalare benessere” ci fa sentire meglio
Una categoria particolare di regali sono i cosiddetti buoni o pacchetti benessere che erroneamente spesso vengono ritenuti essere un modo veloce e facile per adempiere al “dovere del dono” senza pensarci troppo. Se è vero infatti che questi regali da un lato lasciano una certa quota di libertà nel donatore senza impegnarlo troppo nella scelta d&#039;altra parte assolvono più funzioni contemporaneamente che inconsciamente vanno realizzare una serie di bisogni inconsci del donatore e del ricevente.
Da un lato chi dona qualcosa di utile e benefico per la persona cara (da percorsi benessere in spa a buoni prima impensati come ad esempio sedute osteopatiche o sedute psicologiche di scoperta di sè o volte l&#039;apprendimento ad esempio di tecniche di gestione dello stress di rilassamento) soddisfa da un lato il proprio bisogno di esprimere l&#039;affetto alla persona cara e di realizzare un atto benefico nei suoi confronti. Dall&#039;altro, il donatore proietta il proprio stesso desiderio di benessere e trae beneficio dalla vicaria soddisfazione di questo bisogno dell&#039;altro, come se condividesse in qualche modo l&#039;esperienza che regala.
Chi riceve, inoltre, non solo si sente investito di questi importanti significati sottesi, ma si fa in qualche modo portatore del benessere che gli viene regalato (come fosse un “benessere in relazione”), quasi a ringraziamento del ricevente. Infine l’alto grado di libertà che spesso viene lasciato al ricevente attraverso questi pacchetti “liberi” soddisfa il proprio altrui bisogno di spaziare attraverso infinite possibilità, di libertà, di realizzazione.
Per questo tanti studi oggi, medici e psicologici in un&#039;ottica che può essere considerata di marketing ma che in realtà sottende molti significati simbolici squisitamente psicologici quando non profondamente psicoanalitici, aderisce a questa iniziativa, non solo esclusivamente commerciale (!!), in un periodo che purtroppo commerciale lo è per eccellenza anche se non dovrebbe esserlo: il Natale!
Riferimenti bibliografici
1)               Messinger, J. (2017), Il linguaggio del corpo rivelato
 
Autori
 
Dott.ssa Passoni Flavia Ilaria (Psicologa, Psicoterapeuta, Dir. Scientifico di Synesis Psicologia®)
 
Dott. Cudazzo Erika (Dottoressa in Psicologia)
 
 ]]></description>
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		<item>
			<title>Pansessualità &amp; demisessualità: come cambia la casistica in sessuologia.</title>
			<link>http://www.centrosynesis.it/1/pansessualita_demisessualita_come_cambia_la_casistica_in_sessuologia_11493173.html</link>
			<description><![CDATA[<strong>Pansessualità &amp; demisessualità: come cambia la casistica in sessuologia.</strong><br />
Soprattutto i più giovani percepiscono le etichette classiche estremamente rigide e inadeguate e ne rivendicano di nuove: la rigidità dei limiti di categorie identitarie codificate dall’orientamento sessuale non permette di esprimere in maniera soddisfacente la propria modalità di concepire l&#039; &quot;essere sessuali”.

Kinsey, Martin e Pomeroy per primi hanno contestato la rigida concettualizzazione dicotomica dell’orientamento sessuale. Negli anni 2000 nasce con Baumeister, Psicologo Sociale statunitense,  il concetto di plasticità erotica, secondo cui il desiderio sessuale può mutare in base a fattori sociali, culturali e situazionali. In maniera analoga Lisa Diamond, professoressa di Psicologia dello sviluppo e psicologia della salute presso l&#039; Università dello Utah, nel 2008 ha descritto una capacità di reattività sessuale flessibile a seconda delle diverse situazioni.
Le informazioni al riguardo sono però spesso confuse, di seconda mano, cariche di stereotipi dettati dal pregiudizio e veicolate in maniera non adeguata.
Le precedenti concettualizzazioni non si riferiscono unicamente a un vissuto oscillante dell’orientamento sessuale ma all’identità sessuale nella sua completezza composta da sesso biologico, identità di genere, ruolo di genere, orientamento sessuale e orientamento affettivo.
L’idea di fluidità vuole proprio scardinarsi da categorie pre-esistenti ed etichette con cui definirsi e più semplicemente indicare la possibilità di ognuno di sperimentare ed esplorare se stesso, libero di esprimere qualsiasi pensiero, desiderio e fantasia.
 
Orientamento sessuale e orientamento sentimentale
 
Un primo punto di partenza è la distinzione tra orientamento sessuale e sentimentale. Questa distinzione può suscitare stupore per omo ed etero-sessuali dal momento che queste due attrazioni coincidono: un eterosessuale sarà sia sessualmente che romanticamente attratta dal genere opposto, una omosessuale dallo stesso genere.
Questa coincidenza non è sempre scontata. Una persona con blocchi e difficoltà nella sfera sessuale , impropriamente definita “asessuale”  (poiché ogni caso meriterebbe un approfondimento), ad esempio può innamorarsi e intrattenere una relazione sentimentale con una persona senza esserne sessualmente attratto: sembrerebbe  quindi  che si possa avere  un orientamento sessuale differente da quello sentimentale, anche se non vi sono né evidenze scientifiche e sessuologiche , né pareri concordi da parte degli esperti del settore (Sessuologia clinica) . Nascono allora categorie concettuali apparentemente nuove nel panorama psicosessuologico, ma che di fatto scardinano e riformulano concetti in fondo già noti sia nel senso comune che nell’ambito scientifico (si pensi, ad esempio, all’intramontabile teoria dello sviluppo Psicosessuale Freudiana). Vale la pena di fare un breve “viaggio “in questi nuovi orizzonti, ma anche di ricordare, che oggi, forse mai come adesso è necessaria, prima di categorizzarsi in un qualsiasi modo rispetto alla propria identità e orientamento sessuale, di conoscere se stessi approfonditamente, quando occorre, anche con l’aiuto di screening sessuologici specifici o di un’equipe psicosessuologica specifica.
 
Demisessualità, Asessualità GraySessualità.
 
Le persone che si definiscono “Demisessuali” proverebbero un’attrazione sessuale soltanto qualora con l’altro si instauri un intenso legame emotivo, situazione che può realizzarsi dopo diversi anni o a un certo punto della relazione. 
In altre parole un demisessuale può non trovare sessualmente eccitante la modella di una copertina o uno sconosciuto, ma solo una persona con cui si ha un rapporto emotivamente profondo, ma, apparentemente sempre nell’ottica di un orientamento standard, omo o eterosessuale.
La demisessualità non andrebbe confusa  nemmeno con le nuove e improprie codificazioni di uso comune di  “asessualità” e “graysessualità”.
Gli asessuali sembrerebbero essere persone che non hanno, a loro detta, alcun tipo di attrazione sessuale, verso nessun genere.
I graysessuali invece, categoria ancor più aleatoria, rientrerebbero in un’area gray, grigia, tale per cui provano generalmente una bassa attrazione sessuale, oppure solo a tratti, in periodi particolari, anche in questo caso indipendentemente dal sesso biologico di origine
 
 
Pansessualità
 
Una situazione diversa è rappresentata dalla Pansessualità che fa riferimento ad un&#039;attrazione romantica o sentimentale per l’altro, indipendentemente dal suo sesso biologico o dalla sua identità di genere, tipologia che, se così definita, si differenzierebbe poco dalla sopracitata demisessualità.se non per il fatto che non si tratterebbe quindi di un orientamento sessuale, ma di qualcosa che trascende l’orientamento stesso, ponendo la persona al centro, al di là della omo, bi  o eterosessualità.
Una discriminante rispetto ai soggetti bisessuali consisterebbe nell’interesse di questi ultimi per un binario sessuale dualistico (maschio/femmina). Tuttavia sia pansessuali che bisessuali riconoscono la possibilità di attrazione verso individui che esistono al di fuori del binario di genere (intersessuali, transgender o genderqueer).
In generale nell’ottica pansessuale si vuole bypassare la categoria a cui l’altro appartiene a discapito del suo modo di essere; il sentimento e l’attrazione non sono legati al genere o a una classificazione e si sostiene un amore a 360°, mettendo al primo posto le emozioni provate con una persona e la sua unicità.
Concetto apparentemente nuovo ma che sembra invece, ad un esame più approdato, rappresentare una fase solo prematura dello sviluppo sessuale, in realtà abbastanza comune e vissuta dai diversi soggetti più o meno consapevolmente: rappresenterebbe, nella teoria dello sviluppo sessuale Freudiana, una fase preliminare rispetto a quella genitale finale e ben spiegherebbe, successivamente, quella fase di sperimentazione indistinta attraverso cui passano gli adolescenti, in cerca della loro autentica definizione sessuale e identitaria. Con la differenza che in anni passati, quando l’argomento era taboo, si trattava di un passaggio mentale obbligato, ma solo immaginato e taciuto. Attualmente, invece, con l’avvento della libertà sessuale e di messaggi mass mediologici spesso disinibiti o che inneggiano a presunte realtà sessuali del tutto decontestualizzate rispetto ai luoghi di vita e di relazione di una dolercene medio.  Si pensi, ad esempio, al telefilm, “Orange is the new Black , serie di Netflix ambientata in un carcere femminile in USA, con frequenti  storie  erotiche e sentimentali tra le detenute, che ha spopolato tra le teenagers italiane di provincia, ben lontane da questo tipo di realtà.
Chiaramente, tuttavia, pansessualità non sarebbe sinonimo di promiscuità. Questo binomio genera un pregiudizio che impedisce l’accettazione e la comprensione degli individui che presentano questo tipo di orientamento.
 
Conclusioni
 
Si presenta quindi una situazione abbastanza contraddittoria. Da una parte una fascia di popolazione in particolare che rivendica l’esigenza di nuove categorie in cui potersi identificare (la sigla LGBT, per questa ragione ha aggiunto un segno +, diventando LGBT+); dall’altra si cerca di svincolarsi da queste etichette, abolendo le vecchie e le nuove.
Queste infatti possono sembrare troppe, troppo poco definite, o senza reali basi scientifiche e la loro utilità può anche essere argomento di discussione.
Tuttavia questo dibattito andrebbe rimandato a chi per la prima volta si è visto riconoscere in una categoria, in cui finalmente indentificarsi, riconoscersi e sentirsi compreso.
Si rimanda pertanto, alla riflessione del paragrafo 2 : sull’utilità e l’opportunità di conoscere se stessi approfonditamente, quando occorre, anche con l’aiuto di screening sessuologici specifici o di un’equipe psicosessuologica specifica.
 
 
 
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			<title>Viaggio alla riscoperta del piacere:  lâ&amp;euro;™anorgasmia femminile</title>
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			<description><![CDATA[<strong>Viaggio alla riscoperta del piacere:  l’anorgasmia femminile</strong><br />Tavola dei contenuti
Introduzione
L’orgasmo e le fasi del piacere femminile
Definizione di anorgasmia
Cause dell&#039;anorgasmia
Non solo orgasmo
Conclusioni
Riferimenti bibliografici
 
Introduzione
Il rapporto tra la donna e la sua intimità è segnato da sconfitte e vittorie, da piaceri e incomprensioni, da divieti e abusi. Allo stesso modo la storia della sessualità femminile è costellata di proibizioni e rifiuto: a lungo è stata ricoperta di vergogna e colpa che hanno influenzato in modo determinante il modo in cui viene vissuta la vita sessuale ed ancora oggi, in molte zone geografiche, ideologie e culture, o semplicemente nella fantasmatica delle persone, la sessualità femminile è mutilata e non completa. Questi sentimenti possono influenzare il modo di vivere la sessualità tanto che poche donne conoscono il proprio corpo così da poter provare più piacere durante il rapporto, indipendentemente dal raggiungimento del culmine del piacere contraddistinto dal termine scientifico “Orgasmo” (dal greco: orgao sono intimamente agitato, collegabile al sanscrito urg&#039;as esuberanza di forze, d&#039;energia. Deriva dalla radice fondamentale varg- che indica movimento, azione - radice in comune, ad esempio, con &quot;urgenza&quot;).
 Il piacere della scoperta del corpo femminile è un percorso intenso ed estremamente intimo che la donna fa diversamente a seconda dell’età e con diverse modalità, in cui è importante conoscere il proprio corpo anche dal punto di vista fisiologico.
 
L’orgasmo e le fasi del piacere femminile
Da uno studio storico e ancora attuale (Master e Johnson, 1966) è stato osservato che la risposta sessuale della donna in una condizione di normale funzionalità poteva essere distinta in quattro fasi:

Eccitazione: la presenza del desiderio, anche chiamato libido, può derivare da stimoli sessuali fisici e contingenti o anche semplicemente psicologici, rappresentati da idee, ricordi di incontri sessuali passati o da fantasie erotiche, fase in cui ci si sente coinvolti e “attirati” verso un’altra persona. Nel corpo della donna si verificano così i cambiamenti fisiologici che le permettono di appagare lo stimolo sessuale.
Plateau: dopo la stimolazione la donna entra in questa seconda fase in cui il livello di eccitazione progressivamente aumenta e aumentano di conseguenza il battito cardiaco, il respiro, la pressione sanguigna e la tensione muscolare. Avvengono dei cambiamenti fisici nel corpo della donna che l’aiutano a prepararsi al rapporto: il seno, la vagina, le piccole e grandi labbra aumentano di volume, l’utero e il clitoride si elevano e le ghiandole di Bartolini secernono piccole quantità di fluido nella regione dell’apertura vaginale.
Orgasmo: consiste nella liberazione della tensione sessuale accumulata durante le precedenti fasi e rappresenta il momento di massimo piacere. L’orgasmo è focalizzato soprattutto sul clitoride, la vagina e l’utero. Le forti contrazioni muscolari coinvolgono la vagina, l’ano, il basso addome e a volte anche l’utero. La pressione sanguigna, il battito cardiaco e la velocità respiratoria raggiungono il loro apice in questa fase. Alcune donne riescono a raggiungere orgasmi multipli: succede quando ricevono stimolazioni sufficienti (da sole o col partner) per essere in grado di passare dalla fase dell’orgasmo a quella di plateau per poi tornare alla fase dell’orgasmo diverse volte prima di entrare nella fase di risoluzione.
Risoluzione: periodo immediatamente successivo, quando il corpo della donna ritorna a uno stato di rilassamento e privo di eccitazione. Le funzioni organiche ritornano ad uno stato di normalità compreso il respiro, il battito cardiaco e la pressione sanguigna.

 
Un errore comune nel concepire la sessualità femminile ( ma anche maschile), che anche molte donne commettono, è quello di pensare che tutti i rapporti debbano raggiungere l’orgasmo: l’apice del piacere non dovrebbe essere considerato come un traguardo, ma tutto il rapporto è importante da vivere, abbandonandosi al piacere senza pensare al dopo.
Queste quattro fasi non sono da considerarsi un iter da seguire rigorosamente, lo studio ha solo voluto osservare i cambiamenti fisici che avvengono nella donna: se il corpo reagisce in modo diverso non necessariamente è sintomo di un disturbo, ma di una soggettività che va conosciuta e appresa, per comprenderne i vari aspetti e scoprire anche l’inatteso, come si fa quando da una cartina geografica si solleva lo sguardo per scoprire il paesaggio reale, talvolta diverso ( e forse più suggestivo) da come lo avevamo immaginato.
Un altro errore comune è quello di pensare che l’orgasmo femminile, che descrivono Master e Johnson, debba includere l’eiaculazione femminile, nota come squirting o gushing: al pari di quella maschile, è il frutto della risposta orgasmica e consiste nell’espulsione di un notevole quantitativo di fluido dall’uretra durante la stimolazione sessuale, in particolare del punto G, durante o in prossimità dell’orgasmo. L’eiaculazione femminile è abbastanza rara e molto difficile da provare, alcune donne la raggiungono durante la stimolazione del clitoride, altre durante la stimolazione vaginale dell’area del punto G. Molte la sperimentano durante un rapporto particolarmente intimo e fiducioso con un uomo che amano profondamente, altre la vivono nei momenti di autoerotismo. Un fattore che favorisce l’eiaculazione sembra essere la capacità di raggiungere un’alta eccitazione e successivamente di contenere lo stato eccitatorio mentre ci si rilassa in questo. Questo viene descritto in letteratura come un arrendersi al piacere nel momento in cui sembra incontenibile.
 
Definizione di anorgasmia
Ci possono essere casi in cui l’orgasmo sia faticoso da raggiungere oppure che ci sia un’incapacità a raggiungere l’apice del piacere. L’anorgasmia è il termine con cui si descrive il problema del persistente o ricorrente ritardo e difficoltà a raggiungere l’orgasmo nonostante un adeguato stimolo ed eccitazione, che causa personal distress; alcune volte non dev’essere considerato come un disturbo, ma una normale variazione della sessualità femminile.
È possibile classificare questo disturbo in base ad alcuni parametri:

tempo d’insorgenza: fin dall’inizio dell’attività sessuale (anorgasmia primaria) o acquisita dopo un periodo di normalità (anorgasmia secondaria);
caratteristiche: generalizzata (indipendentemente da partner o situazione) o situazionale; assoluta (quando la persona non riesce a raggiungere né l’orgasmo coitale né clitorideo);
eziologia: organica, psicogena, mista o sconosciuta.

 
Gli studi di Laumann e collaboratori (1999) condotti su un campione di donne statunitensi, hanno rilevato che la difficoltà orgasmica si riscontra nel 15-20% delle donne sessualmente attive; approfondendo l’analisi, risulta che il 10% dei soggetti lamenta l’impossibilità di raggiungere un orgasmo in modo assoluto, mentre il 50% riporta una difficoltà rispetto ad un orgasmo clitorideo. Questi dati confermano come l’anorgasmia, in diverse forme, sia un problema diffuso nel mondo femminile.
Esistono due diverse modalità di esperire difficoltà nel raggiungimento dell’orgasmo: vi sono donne che presentano una curva di eccitamento crescente, un plateau prolungato seguito da una discesa graduale, senza però raggiungere l’orgasmo; altre, invece, presentano una fase di eccitamento rapida a cui segue un brusco e improvviso calo.
 
Cause dell’anorgasmia: il circolo che intrappola
L’eziologia dei disturbi dell’orgasmo può essere multifattoriale: l’anorgasmia può essere risultato di cause organiche o psicologiche: le prime sono date da assunzione di farmaci, malattie neurologiche o particolari conformazioni del clitoride. Graber e Kline-Graber asseriscono la possibilità che l’anorgasmia femminile possa essere conseguenza di una scarsa tonicità dei muscoli che dovrebbero produrre le contrazioni nella fase orgasmica, mentre Goldstein e Berman propongono come causa organica una possibile insufficienza vascolare dei genitali. Si ritiene che anche i farmaci, gli psicofarmaci come gli antidepressivi serotoninergici, l’assunzione di ormoni, alcuni steroidi, come il testosterone e l’estradiolo, l’abuso di droghe e le sostanze oppiacee possano avere effetti inibitori sull’orgasmo.
Le cause psicologiche possono essere varie, dalla difficoltà a lasciarsi andare all’ansia da prestazione; queste cause dipendono molto dalla soggettività dell’individuo. Le teorie psicologiche (Master e Johnson, 1970; Kaplan, 1974) asseriscono che l’orgasmo possa essere influenzato da limitazioni nel lasciarsi andare e nel super controllo ed un ruolo fondamentale lo svolge l’ansia come effetto fortemente inibitorio. L’ansia può derivare da un rapporto con un nuovo partner, da paure sessuali e traumi pregressi o da un rapporto superficiale o non adeguato con il proprio partner.  Sull’aspetto psicologico influiscono inevitabilmente anche aspetti moralistici e di proibizionismo legati a credenze religiose o all’educazione eccessivamente rigorosa ricevuta in famiglia, in cui non è vi è stata una corretta valorizzazione della sfera individuale e affettiva. È possibile che intervenga anche una quota di ansia da prestazione (a errore ritenuta solo maschile), la paura di un eventuale insuccesso, che pone la persona in una condizione di difficoltà nello svolgere l&#039;atto sessuale in cui teme di fallire; di conseguenza la persona finisce per mettersi in una condizione di subalternità rispetto al partner sessuale che può valutarne la adeguata esecuzione. L&#039;insicurezza del successo diventa quindi causa sufficiente per la non riuscita.
 In queste circostanze si instaura un circolo vizioso in cui la persona si attende il fallimento, lo prevede, lo preannuncia, rendendo i comportamenti non più liberi e vissuti in modo naturale e piacevole ma inadeguati e innaturali; l&#039;attenzione non si concentra più sull&#039;effetto dei propri comportamenti sessuali ma sulle modalità dell&#039;agire; le modalità prevalgono sulle sensazioni derivanti dall’atto sessuale in sé e di conseguenza l’eccessiva attenzione impedisce il lasciarsi andare alle proprie emozioni e la donna insegue l’orgasmo come dimostrazione di normalità; la conseguente difficoltà nel raggiungimento del massimo piacere conduce a riproporre le stesse dinamiche e riportare le stesse paure negli incontri sessuali successivi, portando spesso all’instaurazione di una spirale di frustrazione nella donna ed anche nel suo partner.
Imparare a lasciarsi andare non è semplice, esistono molti ostacoli, alcuni comuni, altri diversi da donna a donna: condizionamenti, preconcetti, paure e traumi. Il desiderio sessuale e l’orgasmo non sono una semplice risposta ormonale, ma sono influenzati dagli stimoli che raggiungono il cervello e il sistema nervoso, che a loro volta controllano le ghiandole sessuali e gli organi genitali. Molti di questi stimoli sono ambientali, come gli stimoli visivi, emotivi, sociali: il raggiungimento del piacere sessuale dipende da un ampio insieme di questi segnali sensoriali. Alcuni studi di brain imaging hanno rilevato che il raggiungimento dell’orgasmo richiede qualcosa di più dell’eccitazione. I risultati emersi dagli studi svolti dal neuroscienziato Gert Holstege evidenziarono come reagiva il cervello all’orgasmo: quando una donna raggiungeva l’orgasmo la maggior parte delle aree del suo cervello si spegnevano; le aree coinvolte erano aree responsabili dell’autocontrollo sui desideri primari, aree deputate al ragionamento morale e giudizio sociale e l’area dell’amigdala, deputata alla vigilanza. Questi risultati confermano che la donna per raggiungere l’orgasmo deve annullare la paura e l’ansia ( per come agire efficacemente su questi aspetti leggi il punto dedicato alle conclusioni in cui si fa riferimento agli esperti del settore)
 
Non solo orgasmo, ma completezza della vita sessuale
L’anorgasmia non deve necessariamente essere considerata un disturbo, che invalida l’esperienza relazionale di coppia della donna. Infatti, solo metà delle donne che dichiara di avere problemi nel raggiungimento dell’orgasmo sente malessere e disagio in questa condizione. Poiché il malessere é considerato requisito imprescindibile per la diagnosi organica di anorgasmia all’interno del DSM 5 (Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali, 5 ed.), la maggior parte delle donne con difficoltà a raggiungere l’orgasmo non risulta avere alcuna patologia. A questo proposito, Rosemary Basson, ginecologa, contraddicendo la credenza che l’orgasmo fosse il punto di massimo piacere nell’esperienza sessuale, interpreta l’orgasmo come un punto su un cerchio, affermando che una persona può sentirsi soddisfatta in una qualunque delle fasi che portavano a quel punto. L’orgasmo quindi non è più l’obiettivo finale del rapporto sessuale ma una sua parte. Inoltre, da un’indagine condotta su oltre 1200 donne italiane tra i 18 e 50 anni (Bernorio, 2016), il profilo che emerge della donna italiana è quello di una donna interessata al piacere fisico, consapevole della propria sessualità, capace di non lasciarsi inibire dai tabù ad impronta maschilista che per secoli ne hanno represso la piena espressione, impedendole una completa libertà sessuale e femminile. È interessante notare in questo stesso campione, quindi, come la donna che presenta un elevato disagio conseguente ad un disturbo di latenza orgasmica (oggettivamente rilevato), abbia una minore soddisfazione per la vita sessuale di coppia, ma non una minore soddisfazione per la relazione di coppia in generale. Vari modelli di risposta sessuale hanno dimostrato come per la maggior parte delle donne non è l’orgasmo, ma la qualità dell’intimità di coppia il più importante strumento per una soddisfacente sessualità. Probabilmente proprio quella consapevolezza della propria identità femminile permette alla donna, nella coppia, di dare priorità alla vita relazionale rispetto a difficoltà anche importanti in ambito sessuale, che solo in rari casi, quindi, riescono a mettere in crisi la &quot;relazione&quot;.
 
Conclusioni
Ogni donna può dunque riflettere sulla propria storia e capire cosa la trattiene, prendere così consapevolezza del proprio corpo cominciando a conoscerlo e a entrare in intimità con esso, imparando ad abbandonarsi totalmente alla natura profonda della sessualità femminile e ad aprirsi totalmente all’altro.
È fondamentale non provare vergogna ad affrontare l’argomento e non chiudersi in se stesse, cercando sostegno nel proprio partner o rivolgendosi a professionisti dell’ambito psicologico, specializzati nell’ambito sessuologico e nelle dinamiche di coppia: prima ancora di etichettare o medicalizzare la propria condizione sessuologica è opportuno informarsi e conoscerla, attraverso un produttivo scambio con uno specialista del settore che potrà proporre, in caso di necessità, percorsi o tecniche adeguate ben note in sessuologia.
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Riferimenti bibliografici
American Psychiatric Association (2014). Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali. Quinta edizione. DSM-5. Milano: Raffaello Cortina Editore.
Basson, R. (2000). The female sexual response: A different model. Journal of Sex &Marital Therapy, 26(1), 51-65.
Bernorio, R., & Passigato, M. (2016). Il piacere al femminile: miti e realtà della funzione orgasmica nella donna. FrancoAngeli.
Goldstein, I., & Berman, J. R. (1998). Vasculogenic female sexual dysfunction: vaginal engorgement and clitoral erectile insufficiency syndromes. International Journal of Impotence Research, 10, S84-90.
Graber, B., & Kline-Graber, G. (1979). Female orgasm: role of pubococcygeus muscle. The Journal of clinical psychiatry, 40(8), 348-351.
Holstege, G., Reinders, A. A. T., Paans, A. M. J., Meiners, L. C., Pruim, J., & Georgiadis, J. R. (2003). Brain activation during female sexual orgasm. In Soc Neurosci (Abstr) (Vol. 727, No. 7).
Kaplan, H. S. (1974). The classification of the female sexual dysfunctions. Journal of sex & marital therapy, 1(2), 124-138.
Laumann, E. O., Paik, A., & Rosen, R. C. (1999). Sexual dysfunction in the United States: prevalence and predictors. Jama, 281(6), 537-544.
Masters William, H., & Johnson Virginia, E. (1966). Human sexual response. Boston, Little Brown.
Masters, W., & Johnson, V. (1970). Patologia e terapia del rapporto sessuale.
 
AUTORI:
Dott.ssa Passoni Flavia Ilaria (Psicologa, Psicoterapeuta, Dir. Scientifico  di Synesis Psicologia®)
Dott.ssa Cazzaniga Giovanna (Dottoressa in Psicologia)]]></description>
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			<title>Ri-entrate sul web: come la Rete può curare i nostri ragazzi</title>
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			<description><![CDATA[<strong>Ri-entrate sul web: come la Rete può curare i nostri ragazzi</strong><br /> 
Sono gli autoreclusi, ma in Giappone li chiamano hikikomori: giovani e giovanissimi che trovano nel silenzio delle loro stanze l’unica via di fuga da un mondo che non li accetta. Scopriamo insieme come nasce l’epidemia silenziosa che si fa strada dal Paese del Sol Levante.   
 
Tavola dei contenuti
Come nasce un hikikomori
Hikikomori in Italia
Ri-entarte sul web: come la rete può curare i nostri ragazzi
Il ruolo dello psicologo
Riferimenti bibliografici
 
Siamo negli anni Ottanta in Giappone. Per gli adolescenti nipponici, gli anni d’oro dei manga, di Super Mario e dei cartoni animati (i cosiddetti anime) sui robot spaziali che salvano il mondo. Ma anche, per alcuni, gli anni dell’apatia: sempre più giovanissimi cominciano a chiudersi in casa, rifiutano di andare a scuola e di lasciare le loro camere, che diventano “non luoghi” pieni di libri, fumetti e tanto dolore. Sono gli autoreclusi, e il loro malessere non ha un nome – nessuno sa come chiamarlo e tanto meno come trattarlo.
Siamo negli anni Ottanta in Giappone e uno di questi ragazzi incrocia la strada dello psichiatra Tamaki Saito. È il suo primo paziente. Da quel momento, il giovane Saito conia il termine hikikomori – traducibile con “stare in disparte, isolarsi” – e fa di questo fenomeno la sua ragione di vita, lavorando a un gran numero di pubblicazioni e divulgando veri e propri “vademecum” per genitori disperati.
 
Come nasce un hikikomori: il limbo senza tempo dell’incomunicabilità
Alla base del disturbo, che colpisce soprattutto i maschi, un’introversione patologica, il senso di inadeguatezza dato dal dover “diventare grandi” in una società sempre più spietata e competitiva, le difficoltà scolastiche e relazionali – talvolta, ma non necessariamente, accompagnate da episodi di bullismo – e, soprattutto, un’incomunicabilità viscerale, profonda, che si frappone come velluto nero tra gli hikikomori e il resto del mondo.
Incomunicabilità, nel senso letterale del termine: non essere in grado di comunicare. Spesso, sottolinea Saito, questi ragazzi sono intelligentissimi e mostrano tratti di narcisistici, faticando a trovare amicizie tra i loro coetanei e percependosi come sospesi in un limbo senza tempo: troppo maturi per la loro età, troppo giovani e fragili per gettarsi nel mondo degli adulti.
L’isolamento sociale non è che la manifestazione comportamentale più evidente di uno stato d’animo così complesso, accompagnato da inversione del ritmo sonno-veglia, apatia, letargia, talvolta reazioni fobiche (ad esempio nei confronti della scuola) e sintomi ossessivi-compulsivi.
Uno stato d’animo complesso che si colloca, non a caso, in un momento delicatissimo dello sviluppo (l’esordio si colloca solitamente nei primi anni delle scuole medie), carico di trasformazioni e di crescenti aspettative da parte di scuola, famiglia, pari. Per alcuni, l’unica via di fuga è chiudersi in camera e – metaforicamente- purtroppo qualche volta anche fuori di metafora – gettare la chiave.
 
Hikikomori in Italia
In un’intervista dei primi 2000 a Claudia Pierdominici, Saito sosteneva che lo hikikomori fosse un fenomeno legato esclusivamente alla cultura giapponese – un disturbo sociale, insomma – e che non avrebbe mai varcato le soglie dell’Europa. Si sbagliava: secondo Matteo Lancini, psicoterapeuta e presidente della fondazione Minotauro di Milano, ad oggi gli autoreclusi in Italia superano le 100.000 unità. 
Sebbene con caratteristiche diverse e con prognosi relativamente meno allarmanti (gli hikikomori giapponesi sfiorano il milione e restano isolati anche per decenni), il fenomeno ha decisamente preso piede anche in Europa e, in particolar modo, in Italia.
A tal punto, infatti, che nel 2013 un giovane psicologo di nome Marco Crepaldi si lancia in un progetto ambizioso e dà vita alla community online Hikikomori Italia, con l’obiettivo non solo di diffondere informazioni circa il fenomeno, ma anche e soprattutto di mettere in comunicazione le migliaia di autoreclusi del Belpaese e le loro famiglie, grazie a strumenti quali chat, forum e gruppi di sostegno virtuali. 
Il progetto ha successo, tanto che lo scorso giugno Hikikomori Italia è stata riconosciuta come Associazione a tutti gli effetti.
 
Ri-entrate sul web: come la rete può curare i nostri ragazzi
Come sottolinea un articolo pubblicato lo scorso maggio su La Repubblica, infatti, la Rete è tutt’altro che un nemico per questi ragazzi, lungi dall’essere “Internet-dipendenti”. Al contrario, come la community di Crepaldi conferma, i social network possono rappresentare un primo ma indispensabile passo verso il resto del mondo; confrontarsi online può risultare, per chi soffre di questa fobia sociale, meno spaventoso di andare a scuola, meno annichilente di farsi un giro in centro e meno “estremo” di attaccare bottone con uno sconosciuto al bar.
Ma non per questo meno efficace: da cosa nasce cosa e, spesso, le amicizie nate sulla Rete si trasformano in incontri reali, fornendo a questi ragazzi esperienze relazionali positive in modo selettivo e graduale. Insomma, una versione naturale e autoprodotta della “terapia di esposizione” – quel trattamento, facente capo all’approccio cognitivo-comportamentale, in cui il paziente viene esposto gradualmente alla situazione che gli provoca ansia – per il rifiuto dell’Altro.
Addirittura, scrive Lancini nel suo saggio Abbiamo bisogno di genitori autorevoli, «il mancato utilizzo di internet è una condizione diagnosticamente sfavorevole» e, al contrario, «come fattore prognostico positivo, vi è l&#039;impegno in giochi virtuali collettivi e il mantenimento di relazioni con i coetanei online».
 
Il ruolo dello psicologo
Un sostegno psicoterapeutico strutturato è comunque la via maestra per casi come questi. Essa può rivolgersi al diretto interessato, analizzando le sue ansie e le sue paure e lavorando sulla motivazione a uscire di casa, ma è indispensabile – come insegna l’approccio sistemico, e tutti gli approcci condividono in questo caso – che le famiglie siano coinvolte nel percorso terapeutico. Lancini sottolinea, in una recente intervista a Hikikomori Italia, come «senza il coinvolgimento dei genitori nel setting clinico le cose sono molto più difficili e la risoluzione della crisi evolutiva adolescenziale, a volte, impossibile».
Ma come fare, per i genitori, a capire quando è il caso di chiedere l’aiuto di uno psicologo?
I segnali possono essere dei più disparati: il rifiuto di andare a scuola, le notti insonni, la sempre maggiore “chiusura” al mondo esterno, l’ossessione (o la negligenza) per l’ordine e la pulizia. Ma è indispensabile comprendere che un certo grado di disagio è fisiologico e connaturato all’adolescenza, con le sue profonde trasformazioni e le sue sfide evolutive, e che patologizzare questa fase non fa che allontanarci dai ragazzi.  Così come il manifestarsi temporaneo di questi segnali, soprattutto se isolati e non in associazione, non è automaticamente sintomo di patologia. Allo stesso modo, tuttavia, l’intervento psicologico non va confinato all’ambito della psicopatologia: esso può essere, al contrario, un valido sostegno al normale percorso evolutivo, e un alleato indispensabile per la prevenzione di fenomeni come lo hikikomori, sfatando il mito, ancora troppo diffuso, che dallo psicologo si va quando si è “matti” o “malati” o comunque quando un problema si è già manifestato, mentre può essere talvolta molto più utile avere una guida evolutiva e prevenire possibili disagi.
Prosegue Lancini: «Poter dar senso ai conflitti evolutivi, mettere in parola e dare un nome ( senza etichettare!) stati d’animo confusi a seguito delle trasformazioni adolescenziali può essere un’operazione utile per il ragazzo e la ragazza così come per la madre e il padre alle prese con i significativi cambiamenti di questa fase dello sviluppo del figlio o della figlia.»
Nel frattempo, le armi a disposizione dei genitori sono – al solito – la pazienza e l’empatia. Tentare di costringerli ad uscire di casa non è solo inefficace, ma anche dannoso: come in ogni situazione di disagio psichico, la violenza – che è diversa dall’autorevolezza – non è mai una soluzione.
Come sottolinea Crepaldi sul suo sito, «per aiutare un hikikomori serve molta pazienza, bisogna comprendere le sue paure e riportarlo gradualmente alla vita sociale, agendo sul singolo, sulla famiglia, ma anche sulla comunità nel suo insieme».
 
Riferimenti bibliografici
Crepaldi, M. (11 giugno 2017). Costringere gli Hikikomori a uscire di casa con la forza: il Giappone ci mette in guardia sui rischi. Hikikomori Italia. Disponibile in: http://www.hikikomoriitalia.it/2017/06/costringere-gli-hikikomori-uscire-di.html  
De Luca, M. N. (4 maggio 2017). Quei centomila adolescenti prigionieri delle loro stanze. “Ma il web può farli uscire”. La Repubblica. Disponibile in: http://www.cislscuola.it/uploads/media/MariaNovellaDeLuca_Repubblica_04052017.pdf
Lancini, M. (2017). Abbiamo bisogno di genitori autorevoli. Aiutare gli adolescentI a diventare adulti. Mondadori.
Pierdominici, C. (12 aprile 2008). Intervista a Tamaki Saito sul fenomeno “Hikikomori”. Psychomedia. Disponibile in: http://www.psychomedia.it/pm/pit/cybpat/pierdominici-palma.htm
Piotti, A. (2012). Il banco vuoto: diario di un adolescente in estrema reclusione (Vol. 241). FrancoAngeli.
Saitō, T. (2013). Hikikomori: Adolescence Without End. University of Minnesota Press. 
Spiniello, R., Piotti, A., & Comazzi, D. (2015). Il corpo in una stanza. Adolescenti ritirati che vivono di computer: Adolescenti ritirati che vivono di computer. FrancoAngeli
 
AUTORI:
Dott.ssa Passoni Flavia Ilaria (Psicologa, Psicoterapeuta, Dir. Scientifico di Synesis Psicologia®)
Dott. Verza Stefano Clemente (Dottore in Psicologia)
Dott.ssa D&#039;ercole Sabrina ( Psicologa e Psicoterapeuta)]]></description>
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			<title>Lâ&amp;euro;™adolescenza come fase di passaggio: come riconoscere gli esiti normali dagli e</title>
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			<description><![CDATA[<strong>L’adolescenza come fase di passaggio: come riconoscere gli esiti normali dagli e</strong><br />Adolescenza e dintorni
L’adolescenza si può definire come un periodo dell’età evolutiva di transizione caratterizzato da intensi cambiamenti psicofisici e durante il quale avviene una riorganizzazione della personalità.
Come è normale nelle fasi di riorganizzazione, in tale periodo vi può essere una più o meno evidente perdita di equilibrio che comunque è funzionale all’abbandono della fase infantile in favore dell’entrata a pieno titolo nell’età adulta.
L’approdo nell’età adulta in maniera sana e funzionale dovrebbe essere il normale esito dell’uscita dall’adolescenza.
Purtroppo però questo è anche il periodo, nella psicologia dell’età evolutiva, in cui vi possono essere i maggiori rischi verso una svolta patologica.
Una percentuale non trascurabile di adolescenti (fra il 3% e l’8%) entra infatti in quello che viene definito “stato mentale a rischio”, ovvero una condizione premorbosa di profonda instabilità in cui vi sono serie possibilità di sviluppare disturbi psicotici (dell’area schizofrenica ) o gravi disturbi di personalità.
L’esito in senso patologico si ha in almeno il 35% degli adolescenti con “stato mentale a rischio”.
È fondamentale allora riconoscere il più presto possibile tali stati, distinguendoli dalle normali instabilità adolescenziali, in quanto la diagnosi precoce può garantire una prognosi più favorevole ed una maggiore facilità di trattamento nel caso in cui vi sia un’evoluzione in senso patologico.
Di seguito cercheremo di fornire degli spunti, consigliati da esperti in Psicologia, per distinguere i comportamenti adolescenziali normali dai segnali che potrebbero far sospettare uno “stato mentale a rischio”.
 
Adolescenza: fisiologia di un percorso noto
Come accennavamo all’inizio in adolescenza avvengono profondi e rapidi cambiamenti che coinvolgono soprattutto l’immagine corporea (aspetto fisico, voce, caratteri sessuali) e gli aspetti emotivi che mettono in discussione la stessa identità dei/delle ragazzi/e. Tali cambiamenti rendono l’adolescenza un “periodo di prova” in cui l’individuo sta cercando di abbandonare i modelli infantili per approdare verso modalità dell’essere adulto.
Tale processo non è quasi mai lineare e chiunque si trovi a dover interagire con adolescenti conosce bene le oscillazioni fra comportamenti di affermazione dell’autonomia (rifiuto dell’autorità, comportamenti e sperimentazioni anche rischiose, moti di ribellione e infrazione delle regole ecc.), che si alternano a momenti di regressione con ritorno a modalità più infantili.
Nonostante il disorientamento che tali comportamenti contraddittori possono creare, è fondamentale in questa fase che i genitori riescano a garantire una presenza costante soprattutto attraverso risposte ed atti date da una comunicazione chiara e coerente anche all’interno della stessa coppia genitoriale.
L’adolescente infatti ha bisogno di mettere in atto comportamenti esplorativi sperimentando le modalità adulte e le spinte verso l’autonomia, ma allo stesso modo ha bisogno di sapere che c’è anche una base sicura verso la quale può momentaneamente regredire quando ne sente il bisogno, una base che sia in grado di accogliere e contenere la tempesta emotiva nella quale si trova.
 
Adolescenza e stati mentali a rischio: riconoscere i segnali
Di seguito invece indicheremo una serie di segnali, che gli  esperti ritengono siano utili a genitori e insegnanti per riconoscere la presenza di rischio psicopatologico e l’opportunità di una valutazione più approfondita.

Improvviso calo del rendimento scolastico o lavorativo
Alterazione del ciclo sonno-veglia con insonnia notturna e sonnolenza durante il giorno
Difficoltà di concentrazione e memorizzazione che possono compromettere il pensiero, il ragionamento e le prestazioni scolastiche o lavorative
Mancanza di scopi e perdita degli interessi con apparente incapacità/difficoltà a provare piacere
Trascuratezza di sé, dell’igiene personale, dell’alimentazione ecc.
Isolamento sociale con progressivo evitamento dei rapporti con gli altri e rifugio in un mondo proprio
Emotività alterata sul versante dell’appiattimento e perdita di interesse e/o sul versante dell’ipereccitabilità e dell’euforia. Entrambi gli stati possono essere riconoscibili anche dalla mimica facciale la cui espressione risulterà rispettivamente cristallizzata in un’espressione rigida e neutra oppure risulterà esagerata e spesso inadeguata nelle diverse situazioni.
Convinzioni bizzarre e inattaccabili che non corrispondono alla realtà e contrastano con il comune buon senso.
Comportamenti ritualistici, come ripetere gesti o formule, ai quali viene data una spiegazione bizzarra spesso di tipo magico
Deliri o allucinazioni riguardanti la realtà esterna o il proprio corpo. Tali sintomi (specialmente le allucinazioni) sono spesso difficilmente identificabili in quanto possono non essere riconosciuti dallo stesso individuo o vengono nascosti nel vissuto interno, è necessaria perciò un’osservazione più esperta.
Familiarità psichiatrica: una storia di patologia psichiatrica in uno o più componenti della famiglia (anche in passato) costituisce un ulteriore fattore di rischio.

 
Adolescenza: istruzioni per l’uso
L’adolescenza, sia essa sulla strada normale, sia essa a rischio di sviluppo psicopatologico, è un percorso difficile da affrontare per i diretti interessati e per chi (genitori, insegnanti ecc.) interagisce quotidianamente con loro.
È importante essere preparati, soprattutto a livello comunicativo, per comprendere e far fronte alle normali oscillazioni tipiche del periodo o alla presenza di eventuali fattori di rischio. Soprattutto in quest’ultimo caso è fondamentale richiedere, il più presto possibile, il supporto di uno psicologo esperto in età evolutiva ed adolescenziale,  col quale stabilire il percorso più adatto per far fronte a situazioni decisamente complesse,  a cui chiedere un incontro  diretto o una primo parere  a distanza (lo psicologo risponde)  
Del resto, anche nel caso di sviluppo regolare, la consulenza professionale, svolta in un centro di psicologia specializzato, può essere utile per comprendere e gestire al meglio il disorientamento e la frustrazione che spesso accompagnano l’adolescenza, questa difficile, quanto fondamentale ed affascinante fase evolutiva.
 
Dott.ssa passoni Flavia, Dir. Sc. Synesis Psicologia ®e Dr. Michele A. Vecera  
Psicologo – Psicoterapeuta e Brain Trainer, Consulente Synesis Psicologi® Cagliari
 
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			<title>Come un respiro profondo preme l'interruttore della calma</title>
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			<description><![CDATA[<strong>Come un respiro profondo preme l&#039;interruttore della calma</strong><br />Prova a fare un respiro profondo: da millenni la meditazione e lo yoga sfruttano questo principio, alla base delle tecniche di rilassamento, insegnando che una respirazione lenta e profonda ha il potere di calmare la nostra mente. Al contrario, respirare velocemente è un possibile meccanismo di difesa: quando ci troviamo di fronte a situazioni di pericolo, il nostro respiro diventa rapido, irregolare e affaticato per permettere di attivarci e di affrontare la minaccia. Il nostro respiro è quindi il freno ma anche l’acceleratore del nostro stato di attivazione, della voglia di imparare e di esplorare e solo se non adeguatamente regolato conduce ad un’attivazione eccessiva che può evolvere in stati clinicamente definiti come ansiosi. Ma l’attivazione è in realtà una preziosa alleata, con la funzione di attivare quelle funzioni neurofisiologiche, avvertite tramite i sintomi fisici dell’attivazione, quali il respiro affannoso, il battito cardiaco accelerato e così via, necessarie, tuttavia, per reazioni di attacco/fuga, proteggerci da pericoli reali (per l’uomo primitivo più frequenti, per noi maggiormente legati a tragedie urbane o disastri naturali) e prepari a performance intellettuali e sportive. Il trucco è conoscerne il meccanismo e apprenderne la regolazione per trasformare il circolo vizioso dell’ansia in quello virtuoso dell’attivazione funzionale.
 
La centralina del respiro
La respirazione è controllata da uno specifico nucleo cerebrale, scoperto 25 anni fa: il complesso pre-Bötzinger, una sorta di “pacemaker dei polmoni” situato nel tronco encefalico. In base soprattutto ai valori di ossigeno e anidride carbonica presenti nel sangue, questi neuroni mandano ai muscoli respiratori un segnale che fa espandere il petto, sia volontariamente che involontariamente, innescando sia i respiri normali che quelli profondi.
 
Un ponte tra respirazione e attivazione
Ma come è possibile quindi regolare le emozioni attraverso il respiro? Uno studio condotto da Krasnow e collaboratori all’Università di Stanford e pubblicato sulla rivista Science, ha scoperto un collegamento tra la “centralina del respiro” e la “centralina dell’attenzione e dello stress”: il locus coeruleus, un’area primitiva e profonda del nostro cervello, situata anch’essa nel tronco encefalico. I ricercatori hanno selezionato un campione di topi a cui era stato disattivato il complesso pre-Bötzinger: i soggetti hanno iniziato a respirare più lentamente, i momenti di calma sono diventati più lunghi e frequenti; il tempo dedicato all’esplorazione è risultato ridotto, mentre è apparso aumentato quello dedicato al grooming (ovvero all’accudimento e alla cura del pelo) e alla socializzazione. A livello cerebrale è stato registrato un aumento delle onde lente, caratteristiche del sonno, e una diminuzione delle onde theta, associate al movimento, all’apprendimento e agli stati di allerta.
Perché lo stato di attivazione del nostro cervello è stato affidato proprio al respiro? L’ipotesi di Krasnow è che, essendo i polmoni così importanti per la nostra sopravvivenza, l’evoluzione abbia sviluppato un meccanismo che allerti il cervello nell’eventualità di un problema, ad esempio il pericolo di soffocamento.
Se il respiro accelera, quindi, la “centralina del respiro” mette in allerta il locus coeruleus, innalzando il nostro stato di attivazione. Al contrario, un respiro lento e profondo ne inibiscono l’attività, portandoci ad uno stato di calma e rilassamento.
 
Ansia e respirazione
Imparando a respirare nel modo corretto pertanto con tecniche specifiche più o meno note in diverse discipline quali lo yoga, la meditazione, la Mindfulness e la psicoterapia ipnotica è possibile imparare sia gestire i momenti di ansia, di disregolazione o di semplice attivazione, sia apprendere un utile esercizio fisico quotidiano, da fare ogni giorno in pochi minuti, allo scopo sia di scarica che di prevenzione dell&#039;accumulo dell&#039;ansia successiva e degli stressor quotidiani. Esistono molte tecniche dalle più note e strutturate, come ad esempio la respirazione triangolare, quadrata, o alternata e altre più libere e destrutturate che seguono il ritmo individuale, come l&#039;originale respirazione “Lentamente/profondamente”, nata in sede di terapia  della nostra equipe di Psicologi e Psicoterapeuti e successivamente utilizzata sia in contesti terapeutici individuali che in esercizi gruppali o in contesti “attivanti” quali luoghi di lavoro o istituzioni scolastiche.  Ognuno può trovare la metodologia più funzionale da applicare all’occorrenza e nei momenti del bisogno, sia da usare come esercizio fisico per periodi prolungati di maggiore stress.
 
Per una maggiore conoscenza delle tecniche di respirazione o in caso di approfondimento dell’argomento ti inviamo a iscriverti alla nostra newsletter o conatta l’equipe specialistica del centro synesis 
Riferimenti bibliografici
American Psychiatric Association (2014). Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali. Quinta edizione. DSM-5. Milano: Raffaello Cortina Editore.
Cornelis, J.E, (1992) Respiration in psychophysiology: methods and applications, Biological Psychology 34. 
E Del Castello, C.,  Loriedo (2005). Tecniche dirette ed indirette di ipnosi e psicoterapia.  
Autori
Dott.ssa Cazzaniga Giovanna  (Dott.ssa in Psicologia) , Dott.ssa Stucchi Elisabetta ( psicologa e Psicoterapeuta i.f.) & Dott.ssa Passoni Flavia Ilaria  Psicologa, Psicoterapeuta , Direttore Scientifico  di Synesis Psicologia®) ]]></description>
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			<title>Relazioni di coppia: lâ&amp;euro;™happy ending esiste davvero?</title>
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			<description><![CDATA[<strong>Relazioni di coppia: l’happy ending esiste davvero?</strong><br />Ogni relazione di coppia inizia con un incontro durante il quale vi è una conoscenza, un’affinità reciproca con l’idea che l’altro soggetto possa rappresentare qualcuno con il quale condividere i propri pensieri, sentimenti ed emozioni.
L’innamoramento è un’esperienza unica caratterizzata da un impegno reciproco delle parti nel voler soddisfare completamente i bisogni e le esigenze dell’altro.
Fondamentale per la relazione è la costruzione di un’identità di coppia in cui ognuno deve cercare di mantenere la propria individualità evitando di idealizzare il partner ponendolo al centro della propria esistenza, in modo da non rinunciare a se stessi. L’assenza di elementi stabili che possano definire l’identità di coppia può comportare una mancanza di equilibrio nella relazione e di conseguenza una crisi di coppia.
La terapia di coppia è fortemente indicata per permettere ai due partner di ritrovare dentro se stessi le strategie più idonee per agire nella realtà interna ed esterna, con l’obiettivo di imparare a gestire conflitti presenti e futuri e approfondire traumi che spesso rimangono inespressi e quindi irrisolti e che possono influenzare la serenità della coppia.
 
 
“Non ti sopporto più”: come riconoscere segni e sintomi della crisi di coppia
Riconoscere i segnali di una crisi nel rapporto di coppia non è poi così semplice, alcune volte passano anni prima di rendersi conto che non esiste più quella serenità relazionale che caratterizzava il rapporto in precedenza.
L’assenza di litigi non significa che le cose vadano realmente bene. Probabilmente la relazione non si caratterizza per discussioni violente, tuttavia se le lamentele e le critiche sono ciò che definiscono i momenti condivisi, è giunto il tempo di affrontare insieme le ostilità accumulate negli anni.
Sentirsi soli anche quando si è insieme, disprezzare ogni caratteristica dell’altro, trascorrere il tempo solo per svolgere le mansioni pratiche del matrimonio, come pagare le bollette, fare la spesa, sono aspetti che rendono il rapporto come privo di quelle qualità profonde che potevano definirlo come una reale “relazione d’amore”. Le attività della vita quotidiana sono fattori che riguardano la coppia, ma non caratterizzano l’identità della relazione, che invece dovrebbe raggruppare diversi aspetti quali l’affetto, l’attrazione, la complicità emotiva e mentale e non solo “affari pratici”.
La complicità in una coppia si può notare nella ricerca fisica e visiva dell’altro: quando la ricerca di contatto inizia a diminuire, può essere un sintomo di un risentimento nascosto che necessita di essere affrontato insieme.
L’intimità è un aspetto fondamentale nelle relazioni di coppia. Secondo la “teoria dei mille giorni” dal momento in cui ci si innamora avvengono dei cambiamenti nelle dimensioni chimiche, fisiologiche, ed ormonali: l’ossitocina induce un sentimento di maggior legame ed affinità con il partner e di conseguenza un nuovo desiderio di fare l’amore. Durante i mille giorni passati insieme i livelli ormonali si modificano e dall’apice si normalizzano, diventando compatibili con il decorso fisiologico della storia. Alla fine dei mille giorni però non finisce l’amore, né la passione, perché subentra la crescita dell’amore vero. Così l’attrazione non diventa l’elemento caratterizzante la relazione, ma lo sguardo della coppia è volto verso una progettualità futura e questo fa sì che il rapporto mantenga una stabilità e un’unione.
Le cose di te che non tollero: come prevenire una crisi
 
Tutte le coppie, anche quelle più stabili, possono subire uno stallo nella loro relazione. I motivi di questa situazione possono essere diversi, ma spesso i comportamenti adottati possono risultare “fastidiosi” al partner e ciò può causare malcontento. 
Prendere delle decisioni per entrambi può fare sentire l’interlocutore come incapace di esprimere le proprie opinioni, soprattutto se viene poi accusato di non prendere mai l’iniziativa. È bene chiedere il parere dell’altra persona, cercando di dare spazio alla sua voce e ai suoi pensieri.
Uscire insieme, condividere alcune passioni, sono elementi che permettono di dare leggerezza alla relazione, in modo da evadere dai problemi della vita di tutti i giorni, insieme al proprio partner, rafforzando così la complicità della coppia.
La fiducia è uno degli elementi fondanti un sano ed equilibrato rapporto di coppia: la possessività, la mania di controllo, l’invasione degli spazi dell’altro non fa altro che soffocare il sentimento. È bene condividere le proprie perplessità con l’altra persona, dandogli l’opportunità di esprimersi, con un semplice confronto efficace si possono risolvere problematiche che influenzano negativamente l’atteggiamento verso il proprio partner.
A tal proposito la comunicazione è un aspetto molto importante: come detto in precedenza, è bene confrontarsi con l’altra persona, sia su questioni che riguardano la vita di coppia, ma anche su elementi che non riguardano direttamente la relazione. Non condividere aspetti importanti della propria vita, lasciar correre, imparare a non dire o non fare qualcosa che urta il partner, crea una sensazione di assenza di libertà che produce risentimento, tutti elementi di un malessere che si alimenta nel tempo.
Come ultimo aspetto, ma non meno importante, in una relazione è fondamentale mantenere sempre accesa la scintilla, spesso quando la storia si consolida e diventa routinaria, bisogna sforzarsi di alimentare la passione.
                                        Terapia di coppia: una soluzione utile?
Ogni coppia è ben diversa dalle altre, e porta con sé un ideale di amore differente. Nel tempo il rapporto inevitabilmente si modifica, così come le esigenze e i bisogni reciproci. Questi cambiamenti possono provocare incomprensioni e inevitabilmente conflitti, che se non condotti correttamente, rischiano di creare vere e proprie rotture.  Se tali stalli relazionali non riescono ad essere gestiti dai diretti interessati è bene rivolgersi ad un terapeuta di coppia, che sia in grado di riattivare i meccanismi comunicativi necessari a confrontarsi, il tutto per lavorare sugli elementi che minacciano la serenità della coppia.
La terapia di coppia ha come obiettivo quello di aiutare entrambi i partner ad individuare e affrontare i propri conflitti,  partendo dalla conoscenza di se stessi e della propria identità di coppia, cercando di superare la crisi e recuperare l’intesa persa, così da vivere la relazione in modo più soddisfacente, con una nuova consapevolezza. Durante la prima seduta la coppia racconterà le ragioni che l’hanno spinta a rivolgersi a uno specialista e le aspettative di ognuno dei due rispetto alla terapia di coppia stessa. La durata di una terapia può essere variabile e legata alle problematiche individuali e di coppia.
Fondamentale è l’alleanza terapeutica, un rapporto aperto ed empatico tra i membri della coppia nel percorso di cura, basato sulla reciproca fiducia e costruita per obiettivi e passi progressivi.
Con l’aiuto del terapeuta la coppia deve provare ad acquisire nuovi modi di relazionarsi verso se stessi e verso l’altro, il tutto con uno sguardo volto verso il benessere della coppia e dopo aver analizzato con cura la natura delle principali problematiche.
Per rendere realmente efficace una terapia di coppia, entrambi i membri coinvolti devono essere motivati a  compiere un lavoro sia su se stessi che sulla relazione.
Nella terapia è importante considerare oltre alla coppia anche il singolo individuo, perché la propria storia personale e familiare può riflettere le dinamiche caratteristiche della coppia stessa. Durante il colloquio terapeutico vengono valorizzate le risorse di ogni partner e partendo da queste qualità vengono proposti nuovi sistemi comunicativi e nuove strategie per affrontare e gestire in modo equilibrato e non conflittuale il rapporto di coppia.
Se da questo percorso la coppia dovesse rendersi conto che il modo più adeguato per raggiungere la serenità dovesse essere quello di separarsi, il terapeuta ha l’obiettivo di evitare una separazione traumatica e conflittuale.
Conclusione
 
La terapia di coppia è pertanto un’ottima risorsa per quelle relazioni che si trovano in una situazione di stallo, in cui se da una parte non si ha la capacità di gestire autonomamente le problematiche di coppia, dall’altra vi è una forte motivazione nel riacquisire la serenità relazionale ormai persa.
La personalità individuale si caratterizza per i propri valori, sentimenti, pensieri, tutti aspetti che si possono rivelare nel nostro comportamento manifesto. È importante lavorare sui propri difetti se possono influenzare negativamente l’equilibrio della relazione, ma è altrettanto importante non perdere la propria individualità. L’amore si basa sull’accogliere l’altra persona, con le sue caratteristiche e peculiarità, senza modificare la sua reale essenza con continue richieste di cambiamenti.
Riferimenti bibliografici
Algeri D., Guarasci V., Lauri S. (2015) La coppia strategica. Edizioni il mio libro self publishing 
Delogu A.M. (2012) Sessualità e psicoterapia di coppia. Il Mulino
Nardone, G. (2005). Correggimi se sbaglio. Milano: Ponte alle Grazie.
Zeig, J., Kulbatski, T. (2012). I dieci comandamenti della coppia. Milano: Ponte alle Grazie.
Malagoli Togliatti M., Agrisani P., Barone M. (2003). La psicoterapia con la coppia. Il modello integrato dei contratti. Teoria e pratica. Franco Angeli, Milano. 
Parise, M. (2013). Molto più di due. Costruzione dell’identità di coppia e relazioni familiari. Vita e Pensiero, Milano.
Gottman J., Schwartz Gottman J. (2017) Dieci principi per una terapia di coppia efficace. Cortina Editore]]></description>
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			<title>TUTOR DSA Chi è e cosa fa</title>
			<link>http://www.centrosynesis.it/1/tutor_dsa_chi_e_e_cosa_fa_11572047.html</link>
			<description><![CDATA[<strong>TUTOR DSA Chi è e cosa fa</strong><br />I Disturbi Specifici dell’Apprendimento (DSA) fanno parte della categoria dei Disturbi Evolutivi Specifici.
I DSA consistono in compromissioni specifiche e significative dell’abilità di lettura, scrittura e calcolo. Tutto ciò all’interno di un funzionamento intellettivo nei limiti di norma (un QI non inferiore ad 85) ed in assenza di un deficit sensoriale specifico.
I Disturbi Specifici dell’Apprendimento (DSA), riconosciuti dalla Legge n° 170 dell’8 ottobre 2010, sono:

Dislessia: disturbo caratterizzato dall’incapacità di leggere e comprendere un intero scritto pur comprendendo ogni singola parola.
Disgrafia: difficoltà nella parte grafica e motoria della scrittura dei segni alfabetici e numerici.
Disortografia: problematicità a scrivere le parole utilizzando tutti i segni alfabetici, che vengono posizionati non correttamente. Non rispettando le regole grammaticali (ad esempio quelle di apposizione degli accenti, degli apostrofi e delle forme verbali).
Discalculia: disturbo nell’apprendimento dei concetti logico-matematici che conduce a difficoltà nelle abilità di calcolo o di scrittura del numero.

 
La diagnosi dei DSA può essere effettuata a partire dal secondo anno della scuola primaria, ad eccezione della discalculia diagnosticabile dal 3 anno della stessa. 
Un’attenta valutazione delle competenze può essere molto utile al fine di attivare un intervento tempestivo.In modo da ridurre l’impatto negativo che i DSA possono avere sulla personalità dei bambini/ragazzi.
In ambito scolastico è, infatti, ampiamente dimostrato che le difficoltà nell’apprendimento si ripercuotono negativamente sul successo scolastico. Così da intaccare anche la motivazione allo studio e l’autostima personale.
Rinforzare le abilità che consentono un approccio funzionale e soddisfacente agli apprendimenti scolastici attiverà un processo positivo che influirà su tutte le altre aree interconnesse. 
NEGLI ULTIMI DECENNI LE DIAGNOSI DI DSA SONO NOTEVOLMENTE AUMENTATE.
Dunque è sempre più frequentemente prevista la figura di un tutor dell’apprendimento con un’adeguata formazione, specifiche strategie didattiche e professionalità.
 
 
CHI È IL TUTOR DSA? 
Il tutor è uno specialista dell’apprendimento che ha acquisito specifiche competenze metodologiche, didattiche e relazionali sui DSA e BES (Bisogni Educativi Speciali). 
Egli, svolgendo il ruolo di facilitatore e guida per i processi di apprendimento.
Il tutor non è una risorsa solo per il bambino affetto da DSA. Bensì è un aiuto a l’intero gruppo classe. Lavorando per l’inserimento e l’accettazione di ogni componente del gruppo.
 
Anche se ovviamente il suo principale obbiettivo è aiutare l’alunno, con il quale crea un rapporto speciale.
Accompagna l’alunno, in modo strutturato e continuativo nel tempo, a percorrere in modo sereno il cammino scolastico. Affrontando insieme le difficoltà e le sfide che la scuola può presentare. 
L’attività tutoriale viene intesa e progettata come dispositivo finalizzato a fornire un supporto individuale e/o collettivo allo studente e/o all’intero gruppo classe.
Tale attività viene svolta per facilitare il processo di apprendimento degli alunni e per migliorare l’efficacia del lavoro didattico dei docenti.
Il tutoring, quindi, consente di intervenire per la riduzione del disagio scolastico e sostenere gli studenti nell’ambito di nuove realtà di apprendimento.
TUTTO CIÒ È POSSIBILE PROMUOVENDO LO “STAR BENE” DELLO STUDENTE ALL’INTERNO DELL’ISTITUZIONE NEL RAPPORTO CON SÉ STESSO E CON GLI ALTRI.
Il tutoring contribuisce a limitare i fenomeni di disagio e dispersione promuovendo la crescita dei ragazzi.
Il suo presupposto di base è la valorizzazione delle risorse dell’alunno, degli interessi e abilità che emergono positivamente in una disciplina e che devono essere gratificati e rafforzati.
Questo perché, acquistando maggior sicurezza e fiducia nelle proprie potenzialità, lo studente si senta motivato. Così da poter impiegare le proprie risorse con successo in ogni altra attività didattico-educativa.
La sfiducia nelle proprie capacità determina spesso atteggiamenti rinunciatari, demotivazione o disimpegno. I quali sono alla base dell’insuccesso scolastico.
Il ruolo primario del tutor è quindi aiutare lo studente a riconoscere le risorse positive di cui dispone. E contribuire attivamente allo sviluppo del percorso formativo.
L’adulto o lo studente, nel ruolo di tutor, possono diventare un punto di riferimento significative rassicurante per quanti vivono con difficoltà l’esperienza scolastica, a causa dei DSA.
 
 
COSA FA IL TUTOR DSA? 
 Il tutor DSA affianca ed aiuta i bambini e/o i ragazzi ad: 

Acquisire un metodo di studio personale ed efficace, utilizzando al meglio gli strumenti compensativi.
Accrescere l’autonomia nello studio attraverso un percorso di potenziamento delle capacità cognitive.
Accrescere l’autostima ed il senso di auto efficacia.

Ha inoltre un ruolo da mediatore nei rapporti famiglia-scuola. Così da favorire un clima costruttivo di continuo dialogo.
 Il tutor generalmente si confronta con la referente DSA, con la coordinatrice di classe o con i singoli insegnanti dell’alunno da lui seguito.
 Al fine di collaborare con essi e definire insieme a loro le modalità di valutazione e gli strumenti compensativi/dispensativi più idonei.
 
 
QUALI SONO GLI OBIETTIVI E GLI INTERVENTI DEL TUTOR DSA?
Gli obiettivi del tutor DSA sono:

Favorire il percorso degli studenti verso l’autonomia nello studio, nell’acquisizione di competenze, strategie e consapevolezza.
Trovare i metodi e le strategie più adatte per poter “affrontare i compiti in autonomia”. Cercando anche di capire e sperimentare con quali strumenti compensativi si possano fare i compiti nel modo più efficace.
Favorire un percorso verso la consapevolezza, da parte di ciascun alunno, di quali siano le proprie caratteristiche, i propri punti di forza, gli strumenti e le strategie di cui ha bisogno.
Fornire un supporto specializzato per affrontare al meglio le difficoltà legate allo studio.
Incrementare i livelli di autostima, il senso di self-efficacy, la motivazione allo studio e la consapevolezza.
Favorire l’apprendimento delle materie scolastiche attraverso l’utilizzo dei software compensativi (ad esempio, pc) e metodologie meta cognitive.
Costruire un rapporto continuativo con le strutture scolastiche di appartenenza degli alunni. Per favorire una modalità di intervento comune orientata al raggiungimento dei medesimi obiettivi.
Attivare iniziative in grado di migliorare il livello di autonomia personale, scolastica, relazionale, strumentale ed organizzativa.
Aiutare l’alunno a pianificare l’organizzazione e la gestione del tempo da dedicare allo studio.
Accrescere l’autonomia e la sicurezza del sé.

Il tutor dovrà stabilire insieme allo studente gli interventi compensativi più funzionali.
 Utilizzando supporti strategici per l’apprendimento delle varie materie.  Come schemi, tabelle, sintesi, strumentazione informatica, mappe concettuali, etc. 
Dovrà inoltre tener conto dei tempi di attenzione e di apprendimento dello studente. Infine dovrà leggere i contenuti delle singole discipline in modo ordinato e consequenziale.
Tenendo come riferimento le attività e le sintesi degli argomenti già svolti a scuola.
Risulta inoltre fondamentale un lavoro di co-costruzione con gli insegnanti dello studente. In modo da assicurare a quest’ultimo che il lavoro venga condotto con obiettivi comuni.
 
COSA NON FA IL TUTOR DSA?
IL TUTOR DSA NON È UN INSEGNANTE DI SOSTEGNO, NÉ UN SEMPLICE AIUTO PER IL DOPOSCUOLA.
Il percorso da intraprendere con un tutor, come per qualsiasi altro specialista, deve basarsi su:

una continuità di intervento,
professionalità,
competenza,
empatia,
obiettivi condivisi.

 
DOVE LAVORA IL TUTOR DSA?
Gli ambiti di intervento del tutor DSA, sono relativi sia ai contesti scolastici che a quelli extrascolastici.
Dove vengono svolte attività di doposcuola specialistici, prevalentemente con alunni di scuola primaria e secondaria di primo e di secondo grado.
La chiave sta nella cooperazione tra insegnanti, genitori e compagni di classe. Così da poter stabile un ambiente sereno e di crescita continua.]]></description>
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		<item>
			<title>SOCIAL NETWORK MON AMOUR</title>
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			<description><![CDATA[<strong>SOCIAL NETWORK MON AMOUR</strong><br />
Social Network Mon Amour: vamping, fomo, e-challenge e nomofobia... il punto di vista della psicologia nell’epoca dei like.

I cambiamenti portati da Internet e dai Social Networks
Abbassare le tapparelle di casa, comprare un abito da sposa in una boutique francese, conseguire una laurea, pagare un bollettino senza coda in posta, prenotare un volo per Tashkent, scoprire che Tashkent è in Uzbekistan e scoprirne il ristorante più gustoso: sono infinite le possibilità offerte da Internet.
L’accessibilità da rete mobile ha amplificato esponenzialmente la sua fruibilità, tanto da accompagnarci in ogni momento della giornata, per lavoro, per comodità ma soprattutto per farci compagnia.
Un esempio lampante è dato dai social networks: in Italia gli account social attivi sono all’incirca 28 milioni, con un livello di penetrazione del 46%; su tutti Facebook, considerato lo strumento più utile per ogni esigenza, poi Youtube, Tripadvisor, Twitter e Instagram. Ma non solo.
Nimo, Snapchat, Pinterest, Tumblr, Reddit, Lego Life, Music.ly, Raftr. Questi nomi potrebbero non dirci nulla ma rappresentano il quotidiano di migliaia di utenti ogni giorno.
Proprio attraverso un sapiente e avanguardista utilizzo di alcuni di questi social Chiara Ferragni ha creato il suo progetto editoriale “The Blonde Salad” e una linea di moda “Chiara Ferragni Collection”, con 24 dipendenti e un giro di affari milionario che le hanno permesso di entrare nei 30 Under 30 di Forbes.
L’imprevedibile potere dei social si è però palesato anche nel triste caso di Tiziana Cantone, le sue riprese durante un momento molto intimo sono state messe online e ne sono derivati meme e hashtag, mettendo in moto un&#039;inarrestabile fermento sui social.
Una ragazza che si è trovata di colpo al patibolo, messa alla mercé della pubblica piazza che ne voleva vedere rotolare la testa: dimenticandosi di scagliarsi contro un essere umano, con una sensibilità, dei sentimenti e una famiglia.
 
Analfabetismo emotivo
 
Il quadro ora descritto può essere ricondotto a ciò che Goleman definisce analfabetismo emotivo. Per quanto l’esperienza sociale possa essere elevata, i social media estrapolano la corporeità della persona dall’interazione sociale sostituendola con un insieme di informazioni frammentate di natura multimediale. Diventando tutto un post, una foto, un link o una notifica si perdono gli importanti feedback e reazioni emotive dell’altro nello scambio relazionale.
La presenza del corpo è un elemento facilitante nel processo di comprensione delle intenzioni ed emozioni altrui, quindi nel processo di alfabetizzazione emotiva: se gli interlocutori sono privati del loro corpo e interagiscono assiduamente attraverso un medium, aumenta il rischio di favorire l’analfabetismo emotivo.
 
Like addiction, challenge, nomofobia e vamping
 
I soggetti maggiormente esposti ai potenziali rischi sono più giovani e l&#039;Osservatorio Nazionale Adolescenza ha cercato di fornire una fotografia della situazione attuale, individuando in like addiction, challenge, nomofobia e vamping le nuove patologie da iperconnessione.
Il vamping consiste nella tendenza a trascorrere numerose ore notturne sui social media, così come tenere a portata di mano il telefono quasi tutto il giorno, notte compresa, per leggere le notifiche e i messaggi, in modo da non essere tagliati fuori, altra patologia emergente legata all’abuso dello smartphone (Fomo - fear of missing out). A tal proposito la nomofobia (da no-mobile-phone) rappresenta la fobia legata all’eccessiva paura di rimanere senza telefono o senza connessione a internet, al punto di generare ansia, rabbia e fastidio.
L’aspetto che caratterizza i social di oggi sono i selfie, i famosi autoscatti, dove si è disposti a tutto pur di ottenere like, modifiche estreme con app o siti professionali, fino a seguire diete dimagranti per piacersi di più nei selfie. Il dato più allarmante riguarda la propensione a farsi selfie pericolosi, mettendo anche a repentaglio la propria vita pur dimostrare il proprio coraggio.
Un esempio è dato dalle &#039;challenge&#039; o &#039;sfide social&#039; che comprendono tutte quelle catene che nascono sui social network in cui si viene nominati o chiamati a partecipare da altri attraverso un tag. Lo scopo in genere è di postare un video o un’immagine sul tema richiesto per poi nominare altre persone a fare altrettanto, diffondendosi a macchia d’olio nel web. Nulla di allarmante se queste challenge non riguardassero anche giochi alcolici ed ostentazione di un’eccessiva magrezza, favorendo preoccupazioni rispetto al proprio fisico e conseguenti disturbi nella sfera alimentare.
L’adolescenza è l’età della ricerca della propria identità, della sfida, della trasgressione ma anche dell’approvazione e del continuo riferimento al gruppo di pari. Per i giovani 2.0 l’accettazione sociale si misura in like e followers: il loro numero accresce l’autostima, la popolarità e quindi la sicurezza personale. Se ciò non accade si sperimenta un vissuto negativo, di rabbia e di non apprezzamento.
 
Le relazioni ai tempi dei social
 
I rapporti che avvengono sui social non sono però meno importanti di quelli reali: questi offrono l’occasione di conoscere persone che poi si incontrano realmente ed instaurare delle vere e proprie amicizie o relazioni sentimentali. Tale scenario indubbiamente migliora la qualità di vita e conseguentemente una diminuzione del rischio di mortalità.
Questo a patto però che i social networks non vengano fruiti in maniera passiva, come se si guardasse la televisione, come inermi e magari anche invidiosi spettatori delle vite altrui; ciò perché a volte le persone dimenticano che i profili social siano la nostra personale vetrina, un&#039;attenta selezione di post e foto che vogliamo mostrare agli altri per offrire un’immagine personale positiva.
Questa consapevolezza diminuirebbe i sentimenti d’invidia e il conseguente sviluppo di tratti depressivi, specialmente per Instagram che secondo una ricerca britannica è fucina di ansia, depressione e fear of missing out.  Un utilizzo di tipo “surveillance” tende a provocare sentimenti d’invidia ed una serie di sintomi depressivi quasi dimenticando che il nostro profilo social è solo un’angolatura della nostra persona poiché difficilmente qualcuno pubblicherà contenuti che evidenzino il proprio essere deboli e sfortunati.
 
Gli anziani e i social
 
Spostandoci però ad una fase di vita più adulta, nell’ambito della psicologia del ciclo di vita, uno studio della University of Alabama ha scoperto che ultracinquantenni che frequentano regolarmente siti di social networking hanno un terzo probabilità in meno di ricevere una diagnosi di depressione, questo perché gli anziani, spesso ostacolati da una ridotta mobilità, riuscirebbero più agevolmente a mantenersi in contatto con amici e parenti così come ampliare le loro reti sociali.
In aggiunta, un studio condotto alla University of California ha rilevato importanti mutamenti neuronali a seguito all’utilizzo di Internet per la prima volta: la navigazione in Rete infatti stimola l’attività delle cellule nervose e potrebbe aumentare il funzionamento del cervello negli adulti più anziani.
Alla luce di questi risultati Internet parrebbe un valido aiuto nel condurre una vita indipendente, nel facilitare i contatti con amici e familiari e nel fornire informazioni utili a prendere decisioni su molte questioni, dalla salute ai viaggi. 
 
I benefici del blogging 
 
Ma i benefici non si riducono solo agli anziani, il blogging infatti è capace di indurre benefici psicologici, né è prova la psicologia scolastica,  in adolescenti  che soffrono di ansia sociale e disagio emotivo, di migliorare la loro autostima e di aiutarli a comprendere meglio i loro amici, aumentando anche il numero di comportamenti prosociali. Scrivere un diario personale e in generale le forme di scrittura espressiva sono un ottimo modo per liberare lo stress emotivo o anche solo sentirsi meglio, permettendo la libera espressione e facilitando la comunicazione con gli altri.
I benefici del blogging sarebbero ancor maggiori rispetto all’uso del tradizionale diario privato poiché, nonostante il cyberbullismo e gli abusi on-line siano comuni, la possibilità di ricevere commenti da parte della comunità on-line ha intensificato questi giovamenti. 
 
Conclusioni 
 
Concludendo, molte equipe di professionisti psicologi esperti in social network e nuove dipendenze, concordano su alcuni  fatti reali: il mondo digitale non è un nuovo mondo, ma il nuovo mondo nel quale l’uomo è inevitabilmente immerso; cercare di sottrarsi alle sue nuove trame è anacronistico, perché sarebbe come svincolarsi dalle regole della società contemporanea. La mente costruisce l’ambiente ed analogamente l’ambiente interagisce con la mente che vi è immersa, modificandola: questa reciproca influenza è tale da generare un’accelerazione evolutiva, al punto che qualcuno parla di Homo Sapiens Digitalis. 
Internet non è più uno strumento, un accessorio, una comodità ma una sorta di protesi, un’estensione del Sé. Questo Sé digitale non annulla il Sé reale ma lo amplifica. 
Senza il bisogno di intermediari per esporsi al mondo, il Sé digitale si mostra direttamente al mondo con innegabili vantaggi in termini di libertà ma anche con i sovracitati innegabili rischi di una relazione senza mediazioni.  La chiave? Forse, come in ogni cambiamento epocale , trasformare i limiti in riorse, le patologie in possibilità terapeutiche ( si pensi ad esempio alla consulenza psicologica on line, e così via)…
 
Riferimenti bibliografici
 

P. Wallace (2017), La psicologia di Internet. Editore Raffaello Cortina
Goleman, D. (2011). L’intelligenza emotiva. Che cos’è e perché può renderci felici. Milano: BUR Biblioteca Univ. Rizzoli.
Riva, G. (2010). I social network. Bologna: Il Mulino.
4.     Della Dora, L. (2015). Digital, Social & Mobile: tutti i numeri globali e italiani.  We are social.  
5.     Hobbs, W., R., Burke, M., Christakis, N., A., Fowler, J., H. (2016). Online social integration is associated with reduced mortality risk. PNAS, 113: 46, 12980 – 12984. DOI: 10.1073/pnas.1605554113. 
6.     Holt-Lunstad, J., Smith, T., B., Layton, J., B. (2010). Social relationships and mortality risk: A meta-analytic review. PLoS Med 7(7):e1000316. 
7.     Cohen, S., Doyle, W.,J., Skoner, D., P., Rabin, B., S., Gwaltney, J., M. (1997). Social ties and susceptibility to the common cold. JAMA 277(24):1940–1944. 
8.     Loucks, E., B., Berkman, L., F., Gruenewald, T., L., Seeman, T., E. (2006). Relation of social integration to inflammatory marker concentrations in men and women 70 to 79 years. Am J Cardiol 97(7):1010–1016. 
9.     Rainie, H., Wellman, B. (2012). Networked: The New Social Operating System. Cambridge (MA): MIT Press. 
10.   Tandoc, E.C., Ferrucci, P., & Duffy, M. (2015). Facebook use, envy, and depression among college students: Is facebooking depressing? Computers in Human Behavior 
11.   Boniel-Nissim, M., & Barak, A. (2011, December 12). The Therapeutic Value of Adolescents’Blogging About Social–Emotional Difficulties. Psychological Services. Advance online publication. doi: 10.1037/a0026664 
12.   Shelia R. Cotten, George Ford, Sherry Ford, and Timothy M. Hale. Forthcoming. “Internet Use and Depression Among Older Adults.” Computers in Human Behavior. 
Nichola Adams, David Stubbs & Valerie Woods, Psychological barriers to Internet usage among older adults in the UK. Medical Informatics and the Internet in Medicine. March 2005; 30(1): 3
http://www.repubblica.it/salute/prevenzione/2017/02/05/foto/vamping_nomofobia_like_addiction_cosi_la_rete_rende_prigionieri_i_ragazzi-157635505/1/#1
King A.L., Valença A.M., Nardi A.E. (2010). Nomophobia: the mobile phone in panic disorder with agoraphobia: reducing phobias or worsening of dependence? Cogn Behav Neurol. Mar;23(1):52-4.
Dixit S., Shukla H., Bhagwat A., Bindal A., Goyal A., Zaidi A.K., Shrivastava A. (2010). A study to evaluate mobile phone dependence among students of a medical college and associated hospital of central India. Indian J Community Med. Apr;35(2):339-41. No abstract available.
17.   Halayem S., Nouira O., Bourgou S., Bouden A., Othman S., Halayem M. (2010). The mobile: a new addiction upon adolescents. Tunis Med. Aug;88(8):593-6. French. 

 
 ]]></description>
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		<item>
			<title>Titoli a confronto: psichiatra, psicologo e neurologo; a chi e quando rivolgersi</title>
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			<description><![CDATA[<strong>Titoli a confronto: psichiatra, psicologo e neurologo; a chi e quando rivolgersi</strong><br />  Solo in Italia il problema riguarda 17 milioni di persone. Ma come capire chi consultare davvero?
 Tavola dei contenuti:

Pregiudizi e stereotipi sulla malattia mentale
Gli specialisti ed il percorso formativo
Come scegliere a chi chiedere aiuto?
I servizi del territorio e le loro sigle (apparentemente) incomprensibili
Conclusioni
Bibliografia

 
Immersi nel presente non pensiamo a come nel tempo l’approccio alla malattia sia cambiato radicalmente: in passato non si credeva che mente e corpo potessero essere legati indissolubilmente, influenzandosi reciprocamente.
Attualmente questo binomio ha assunto una grande rilevanza, soprattutto a seguito dell’insorgenza di malattie che riguardano prettamente la sfera mentale con conseguenze a livello fisiologico.
 
Pregiudizi e stereotipi sulla malattia mentale
L&#039;accettazione di un problema di salute mentale è una delle tappe più critiche e difficili nella vita di una persona.
Depressione, Ansia, Disturbi di personalità, Disturbi nelle condotte Alimentari, Dipendenze da Alcool e Droghe sono solo alcuni dei disturbi più frequenti che possono caratterizzare la vita di un individuo.
Il Dottor Claudio Mencacci afferma come sia fondamentale dare la giusta importanza a qualsiasi sintomo: se un disturbo di qualsiasi natura viene sottovalutato, il rischio è proprio quello di un’acutizzazione dello stesso. Spesso però chi soffre di un disturbo mentale tende ad accedere tardi alle cure o non accedervi proprio.
Il motivo principale sembra riguardare i pregiudizi nei confronti della malattia mentale, il pensiero di non poter migliorare la propria situazione perché difficilmente curabile, la vergogna nel mostrare la propria fragilità agli altri e a se stessi, che permette così la costruzione di un muro di paura difficile da abbattere.
Una delle ragioni alla base della paura e dei pregiudizi è proprio la mancanza o l’insufficienza di informazioni su questa tipologia di problemi.
 
Gli specialisti ed il percorso formativo
Psichiatra, Psicologo e Neurologo sono figure differenti, che però spesso, erroneamente, sembrano ricoprire lo stesso ruolo. Questa deduzione può nascere dal fatto che per alcuni casi particolari collaborano lavorando in equipe, quando a seguito di una patologia che riguarda il sistema nervoso emergono difficoltà psicologiche e relazionali.
In realtà tutte queste mansioni hanno competenze e un percorso formativo specifico.
Psichiatra e neurologo hanno conseguito una laurea in medicina per poi specializzarsi nella propria branca.
Lo psicologo ha conseguito una laurea in psicologia a seguito della quale ha svolto un tirocinio professionalizzante ai fini dello svolgimento dell’esame di stato per l’iscrizione all’Albo professionale. Non essendo effettivamente un medico non può prescrivere farmaci.
Lo psichiatra cura i disturbi psichici e le malattie mentali attraverso l’utilizzo di specifici metodi, che comprendono spesso l’utilizzo di farmaci come antidepressivi, ansiolitici, neurolettici, antipsicotici.
La prima visita psichiatrica consiste in un colloquio della durata di circa un’ora durante il quale vengono raccolti i dati della storia clinica del paziente e viene effettuato un esame psichiatrico.
 La raccolta della storia clinica include generalmente domande utili alla raccolta di informazioni relative all’esordio psicopatologico, a pregressi episodi, a precedenti e/o attuali trattamenti farmacologici, percorsi psicoterapeutici e ad eventuali ricoveri in ambito psichiatrico. Lo psichiatra analizza l’eventuale presenza di indicatori di una possibile psicopatologia, come alterazioni nella fluenza dell’eloquio, dell’espressione, tendenza al pianto, ambivalenza affettiva o appiattimento affettivo, contenuti ideativi deliranti. Alla fine della visita viene consigliato al paziente il percorso più idoneo alla condizione dello stesso, che potrebbe comprendere la componente farmacologica, psicoterapeutica (e quindi l’indicazione di proseguire con uno psicologo- psicoterapeuta) o entrambe.
Lo psicologo è formato e preparato per l’ascolto, valutazione, diagnosi, orientamento e supporto, riguardo a tutti i disagi e disturbi psicologici. Il primo colloquio anamnestico e psicodiagnostico esplora le stesse aree dello psichiatra, eccetto i riferimenti medico-organici, per poi dare un’indicazione circa il percorso più adeguato, rinviando allo psichiatra se ravvisa la necessità di farmaci, per cui spesso il primo colloquio può essere svolto sia con uno psicologo che con uno psichiatra, con la raccomandazione di rivolgersi direttamente a quest’ultimo se si vuole che vengano assolutamente prescritti dei farmaci.
 Lo psicoterapeuta è invece un medico o uno psicologo che ha conseguito, dopo la laurea in medicina o psicologia, questo titolo dopo aver frequentato una scuola quadriennale di specializzazione in Psicoterapia, di cui esistono molti indirizzi. Lo Psicoterapeuta interviene , dopo la fase di psicodiagnosi che può essere svolta da uno psicologo o da un medico psichiatra, con  diversi percorsi: supporto, brevi percorsi focus-oriented o psicoterapie ad indirizzo specifico (cognitivo comportamentale, socio o psicodinamico, ipnotico-ericksoniano, strategico, sistemico, gestaltico, olistico, bioenergetico, transculturale, etc.), tecniche e approcci diversi con l’obiettivo di migliorare la vita delle persone, valorizzando le risorse personali, consentendo all’individuo di immaginare nuove prospettive.
Durante i colloqui si cerca di coinvolgere e stimolare le persone a un livello sia emotivo sia cognitivo affinché possano ampliare la loro visione delle cose, che tende a essere fortemente limitata e rigida nel momento in cui si affrontano situazioni personali problematiche. Dal primo colloquio il terapeuta deve ottenere una descrizione completa del paziente che possa servire da cornice per inquadrare in quali dinamiche si è costruito il problema.
 La differenza sostanziale tra Psicologo –Psicoterapeuta e Psichiatra risiede nel modo di vedere la persona e nell’approccio utilizzato: mentre lo Psicologo si concentra sulla persona nel suo insieme, evitando di concentrarsi solo sul disturbo, lo Psichiatra si focalizza sul sintomo e la sua scomparsa.
Il neurologo è un medico specializzato nella diagnosi e nel trattamento delle patologie nervose che possono colpire il cervello, il midollo spinale, i nervi e i muscoli. Questa figura si interessa di diverse malattie sulla base delle lesioni al cervello, basandosi sul presupposto che le malattie neurologiche siano in stretta relazione con la sede della lesione. Essendo però il cervello sede dell’attività psichica è preso chiaro la stretta correlazione che ha con le figure sopra riportate.
Attraverso la visita neurologica è possibile capire se un paziente ha un problema neurologico (ad esempio una malattia, oppure una lesione) ed eventualmente dove è localizzato. Durante una visita neurologica il medico si informa sulla storia clinica e familiare del paziente, sul suo stile di vita e sui sintomi con cui ha a che fare. Successivamente seguirà un esame neurologico che può prevedere l&#039;analisi dello stato mentale, dei nervi cranici, del sistema motorio e della coordinazione dei movimenti, e del sistema sensitivo-motorio.
 
Come scegliere a chi  chiedere aiuto
In alcuni casi può succedere che, per paura di rivelare la propria sofferenza, ci si basi su informazioni forvianti che possono comportare una soluzione alternativa alla scelta di andare da un vero dottore, scelta che starebbe ad indicare l’accettazione della propria condizione di fragilità. Rivolgersi a “guaritori” non fa altro che ritardare il momento della ripresa, del miglioramento, di una nuova serenità.
 Uno spunto potrebbe essere quello di confrontarsi con il proprio medico di famiglia che ha la competenza per indirizzare il paziente verso il percorso più adeguato in base ai disturbi descritti (tendenzialmente, per la prescrizione degli psicofarmaci, dovrebbe rimandare esso stesso a un collega psichiatra, non avendone una conoscenza specialistica) oppure valutare il tipo di approccio che si preferisce. Se olistico e orientata alla persona (con la conseguente domanda a uno Psicologo psicoterapeuta) o al sintomo e alla richiesta farmacologica (con la conseguente scelta di uno psichiatra) o ancora se vi sono emergenze che lasciano supporre problemi nervosi (con la conseguente richiesta di vista neurologica), intervenire tempestivamente è molto importante per ottenere i risultati migliori.
Ci possono essere soluzioni differenti per i pazienti:esistono sia servizi pubblici che privati in base alle necessità del singolo individuo.
 
I sevizi sul territorio e le loro sigle (apparentemente) incomprensibili
 
Tra i vari professionisti impiegati nel SSN (Servizio Sanitario Nazionale) è prevista la figura dello psicologo, dello psicoterapeuta, dello psichiatra e del neurologo. In tale ambito, pur essendoci differenze organizzative e di definizione dei servizi tra regione e regione, in linea generale è sempre possibile trovare i seguenti centri:
-          Il Sert. è un servizio che si occupa specificamente della cura, prevenzione e riabilitazione delle persone che presentano problematiche di dipendenza
-          L&#039;U.O.P.C. svolge attività di diagnosi e trattamento dei disturbi psichici prevalentemente attraverso il colloquio clinico, ma anche avvalendosi di strumenti psicodiagnostici standardizzati
-          L’UONPIA è un servizio specialistico che svolge attività di prevenzione, diagnosi, cura e riabilitazione in ambito neurologico, psichiatrico e neuropsicologico nella fascia d’età da 0 a 18 anni, inclusi i disordini dello sviluppo del bambino nelle sue varie linee di espressione (psicomotoria, linguistica, cognitiva, intellettiva e relazionale). Nei servizi territoriali operano psicologi, terapisti della riabilitazione (neuropsicomotricisti, logopedisti, fisioterapisti e terapisti occupazionali)
-          SPDC=Servizio Psichiatrico di Diagnosi e Cura è un servizio ospedaliero dove vengono attuati trattamenti psichiatrici volontari ed obbligatori in condizioni di ricovero
-          Centri di Salute Mentale sono centri di primo riferimento per i cittadini con disagio psichico. Coordina nell’ambito territoriale tutti gli interventi di prevenzione, cura, riabilitazione dei cittadini che presentano patologie psichiatriche. Ha un’equipe formata da uno psichiatra, uno psicologo, un assistente sociale ed un infermiere. Il CSM è attivo, per interventi ambulatoriali e/o domiciliari, almeno 12 ore al giorno, per 6 giorni alla settimana.
-          Day Hospital Psichiatrico costituisce un&#039;area di assistenza semiresidenziale per prestazioni diagnostiche e terapeutico riabilitative a breve e medio termine. Vengono effettuati accertamenti diagnostici e trattamenti farmacologici, il tutto per evitare il ricorso al ricovero.
-          Centri Diurni: è una struttura semiresidenziale con funzioni terapeutico-riabilitative, collocata nel contesto territoriale. E&#039; aperto almeno 8 ore al giorno per 6 giorni a settimana. E&#039; dotato di una propria équipe, eventualmente integrata da operatori di cooperative sociali e organizzazioni di volontariato. 
 
Al d fuori del Servizio Sanitario Nazionale è possibile trovare:
 
Studi di Singoli Professionisti: Psicologi-Psicoterapeuti, Neurologi; psichiatri;
Centri Specialistici di Psicologia, Psicoterapia: che racchiudono tutti gli specialisti di cui sopra e spesso professionisti con diversi orientamenti terapeutici oltre ad altre figure della salute psichica e medica (ex. Sessuologi, neuropsicologi, Geriatri);
Equipe Specialistiche per la prima diagnosi di Disturbi dell’Apprendimento in Lombardia autorizzate dalla ASST del Territorio.
 
Considerando l’insorgenza della malattia mentale sarebbe importante potenziare i servizi sul territorio, in modo da incentivare tutti a chiedere aiuto se necessario, senza riserve.
 
Conclusione
In conclusione, a seguito dell’insorgenza di alcuni sintomi è importante capire di cosa si tratta e soprattutto se si è in grado di gestire autonomamente questa condizione, se così non fosse è necessario rivolgersi a figure professionali in grado di dare una risposta ed una soluzione a ciò che potrebbe essere in realtà la spia di una sofferenza più profonda.
Come abbiamo già detto Psicologo, Psichiatra e Neurologo hanno ruoli diversi, ma al contempo queste figure professionali hanno come obiettivo comune quello di comprendere l’origine del disagio di una persona, e cercare di trovare la soluzione adeguata per migliorare la vita del paziente, anche se con modalità differenti.
 
Riferimenti bibliografici
Fanale M., (2016). Psicologo, se lo conosci non lo eviti. Edizione pubblicata dall’Autore
Palmieri G., (2012). Terapia Medica Italiana. Breviario Medico. Edizione CEA
Galli P.F, (2006). Psicoterapia e Scienze Umane. Peer Revinese Journal (pp203-220)
Perussia F., (1994). Psicologi. Storia e attualità di una professione scientifica. Edizione Bollati Boringhieri.
 
 
Dott.ssa Passoni Flavia Ilaria (Psicologa, Psicoterapeuta, Dir. Scientifico di Synesis Psicologia®)
Dott.ssa De Luca Alice (Dottoressa in Psicologia)
 ]]></description>
			<guid isPermaLink="false">http://www.centrosynesis.it/1/titoli_a_confronto_psichiatra_psicologo_e_neurologo_a_chi_e_quando_rivolgersi_11515473.html</guid>		</item>
		<item>
			<title>Cinema della follia o follia del cinema: quando sintomi/disturbi diventano film</title>
			<link>http://www.centrosynesis.it/1/cinema_della_follia_o_follia_del_cinema_quando_sintomi_disturbi_diventano_film_11515474.html</link>
			<description><![CDATA[<strong>Cinema della follia o follia del cinema: quando sintomi/disturbi diventano film</strong><br /> 
 
 
 
Nella settimana del cinema, la psicologia, sta prendendo sempre più piede. Il pubblico ormai curioso decide di vedere film a carattere psicologico poiché nella società di oggi le malattie mentali, o semplicemente le curiosità che fanno capo ai dinamismi psichici, stanno prendendo il sopravvento. I registi, quando filmano una scena riguardante il mondo delle affezioni, prestano sempre più attenzione a documentarsi al meglio circa gli effetti che hanno queste ultime sul soggetto per restituire al pubblico una più sincera manifestazione di quello che accade (seppur romanzato) nei soggetti che ne sono davvero affetti. Ecco che oggigiorno basta navigare sul web per ritrovarsi su siti con elenchi dettagliati e aggiornati di film a carattere psicologico che permettono a qualsiasi tipo di individuo di avvicinarsi sempre più a questo tipo di mondo.
 
 Tavola dei contenuti

Cinema e psicologia: ieri e oggi
Il ruolo del regista nei film a carattere psicologico
Film Therapy: curarsi con la pellicola
Conclusioni
Riferimenti bibliografici

Cinema e psicologia: un connubio nato tempo fa e quanto mai attuale
Molti sono stati i film girati nel corso degli anni riguardanti la psicologia in tutte le sue sfumature. Sembra che di anno in anno sia aumentato l&#039;interesse da parte dei registi di offrire al pubblico sempre più film a carattere psicologico.
Questo genere non ha un target preciso, ma un pubblico ampio e vario. Le tematiche, all&#039;interno di essi, sono le più disparate. Dalle malattie mentali, alle dinamiche di gruppo, alle situazioni stressanti sino alla descrizione vera e propria del setting psicologico.
Uno dei primi film proiettati e inerenti al tema fu Il mistero dell&#039;anima di Georg Wilhelm Pabst datato 1926. Nella pellicola viene descritta una vera e propria crisi depressiva durante la quale il protagonista viene colto da incubi e impulsi aggressivi che mettono a repentaglio la vita di sua moglie. Infine, deciderà di rivolgersi ad uno psichiatra per curare il suo disturbo. Lo sceneggiatore, all&#039;epoca, ha prontamente richiesto una consulenza da parte di Freud per poter esporre in maniera soddisfacente e dettagliata la parte più psicologica del film. Purtroppo, quest&#039;ultimo rifiutò categoricamente di offrire un consulto e così, in seguito, Pabst decise di rivolgersi a due dei suoi allievi quali Karl Abraham e Hanns Sachs i quali lo aiutarono nel compimento di alcune scene della pellicola.
Grazie al contributo dei registi nel divulgare seppure con i loro mezzi il sapere psicologico, hanno inconsapevolmente aiutato ad eliminare dall&#039;immaginario collettivo alcuni stereotipi ed etichette che sono andati ad accumularsi nel corso degli anni circa la psicologia.
Hanno contribuito alla divulgazione di vari contesti, reso noti alcuni usi e costumi e rivelato infine rituali usati nella società odierna con i quali gli spettatori spesso si immedesimano. In altri film i registi si “divertono” quasi ad esplorare la psiche umana nei meandri più bui arrivando ad entrare nella mente del “serial killer”.
Qual è il ruolo del regista nei film a carattere psicologico?
Il regista cerca sempre di impressionare in qualche modo il pubblico nel dimostrare che nonostante non sia di sua competenza, è comunque in grado di stupire lo spettatore con collaborazioni esterne che gli permettono di donare veridicità a quello che mostra. Con i film psicologici, si cerca di plasmare il personaggio ad opera e somiglianza di un individuo o paziente affetto realmente da una malattia.
Questi tipi di film fanno riflettere su diverse dinamiche sociali che avvengono quotidianamente nei vari contesti di vita quali scuola, lavoro, famiglia ma che nella vita frenetica di tutti i giorni possono passare in secondo piano e quindi essere meno notati. Come se si volesse mettere lo spettatore di fronte alla nuda e cruda realtà.
Film therapy: curarsi con la pellicola, è davvero possibile?
Proprio per le ragioni sopra esposte, è possibile utilizzare film e libri a fini terapeutici: il paziente può vedere sé stesso nelle storie di altri, riconoscere e comprendere le proprie sintomatologie da un differente punto di vista; inoltre, può prendere contatto con un mondo spesso offuscato da pregiudizi e falsi miti comprendendone la vera natura e conoscendo i diversi sistemi terapeutici che gli sarebbero altrimenti preclusi. Detto ciò è bene precisare che seppur i film possano produrre un cambiamento sia nei piccoli comportamenti, sia nei modi di pensare e di agire che nell’immaginario collettivo ed individuale sul modo di considerare la psicologia, rimangono comunque uno strumento aggiuntivo all’interno di un percorso terapeutico più vasto ed importante: non basta guardare un film per considerarsi “guarito” in quanto il setting psicoterapeutico classico è imprescindibile per la buona riuscita di una psicoterapia.
Conclusioni
I film rappresentano un modo creativo di riprodurre ciò che circonda e di immedesimarsi nei panni dell’altro (in questo caso i personaggi della pellicola).
L’elenco dei film all’interno dei quali è presente la psicologia è vasto. Ve ne sono alcuni che sono diventati nel corso degli anni dei veri e propri cult che potrebbero aiutare il soggetto ad avere una rappresentazione visiva di quello che succede (finzione o meno) nella psicologia ed anche nella vita di tutti i giorni.
Per quanto realistici e affascinanti, i film offrono un punto di vista parziale al solo fine di avvicinare gli utenti a un mondo che da sempre desta interesse nella collettività e nel quale sono ancora presenti un gran numero di pregiudizi.
Dopo tutto la critica è soggettiva e questo non voleva che essere uno spunto di riflessione sul modo che ha la settima arte di rappresentare la psicologia nelle proprie pellicole.
 
Riferimenti bibliografici                                                             
A. Battistini, Lo sguardo psicoanalitico. Cinema, giustizia, psicoterapia, quotidianità.
M. De Mari, E. Marchiori, L. Pavan, La mente altrove. Cinema e sofferenza mentale.
P. Cantalupo, Curarsi con il cinema. La psicoterapia immaginativa
V. Gallese, M. Guerra Lo schermo empatico. Cinema e neuroscienze
 
Dott.ssa Passoni Flavia Ilaria (Psicologa, Psicoterapeuta, Dir. Scientifico di Synesis Psicologia®)
Dott.ssa Cudazzo Erika (Dottoressa in Psicologia)]]></description>
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		<item>
			<title>Ritorno a scuola: come affrontare i primi mesi senza ansie e paure!</title>
			<link>http://www.centrosynesis.it/1/ritorno_a_scuola_come_affrontare_i_primi_mesi_senza_ansie_e_paure_11449433.html</link>
			<description><![CDATA[<strong>Ritorno a scuola: come affrontare i primi mesi senza ansie e paure!</strong><br />Le vacanze sono terminate, per tutti è
 arrivato il momento di tornare
 ai propri doveri,
chi al lavoro e chi sui banchi di scuola.
La ripresa scolastica è un momento che
coinvolge l’intera famiglia,
la quale deve riacquisire i ritmi
 della vita quotidiana, ben diversi da quelli
più pacati delle vacanze estive.
 
Come per ogni nuovo inizio gli aspetti emotivi coinvolti possono essere vari, da quelli più positivi come la gioia di ritrovare i vecchi amici, la curiosità di affrontare nuove sfide, a quelli più negativi, come la preoccupazione di non essere all’altezza o di riattivare vecchi meccanismi infelici (insucessi scolastici, dinamiche per cui ci si sente giudicati/presi in giro e simili..)
 
Per l’ambito della Psicologia dell’età evolutiva la scuola è un luogo estremamente importante per la crescita e lo sviluppo dei bambini. Essi devono confrontarsi con figure diverse rispetto a quelle familiari e ciò può implicare un po&#039; di timore, così come devono accettare regole di convivenza con i propri compagni e allo stesso tempo mettersi alla prova in sfide nuove, sempre più difficili da affrontare.  Tutti questi fattori possono provocare un turbinio di emozioni che può sfociare in un vero e proprio” stress da rientro”, termine spesso usato impropriamente e che può sottendere diversi meccanismi che è importante comprendere. Il presente articolo vuole aiutare genitori, insegnanti e addetti del settore a discriminarli.
 
Tavola dei contenuti
Trauma da rientro: esiste davvero?
&quot;Ho mal di pancia&quot;: come riconosce segni e sintomi del disagio
L&#039; universo scuola: disturbi specifici, disattenzione, demotivazione o altro?
Conclusioni
Riferimenti bibliografici
 
Trauma da rientro: esiste davvero?
Il ritorno a scuola può comportare uno stato di malessere diffuso che coinvolge diverse fasce di età, dai bambini più piccoli agli adolescenti. Per tutte le fasce di età è previsto un periodo di adattamento naturale alle nuove fatiche dell’anno scolastico più o meno variabile.
Scuola dell’ infanzia e scuola primaria: per il bambino è la prima occasione in cui vi è una lontananza da casa propria con una certa continuità.  Dopo i primi giorni di scuola ansie e capricci dovrebbero scomparire, per fare posto a sentimenti più positivi di curiosità, scoperta e buon adattamento. In questo caso il ruolo di supporto da parte del genitore è fondamentale, poiché  spesso la vera apprensione è più del genitore che non del figlio  e quando è  la figura di riferimento stessa che si trova in una condizione di  preoccupazione più o meno conscia ( che possono far capo anche a proprie angosce primarie irrisolte), questo stato mentale potrebbe essere trasmesso più o meno indirettamente al proprio figlio suscitando uno stato emotivo importante e di difficile gestione. Se nel bambino tale condizione di disagio emotivo dovesse permanere non si parlerà più di ansia da rientro, bensì di ansia da separazione. L’ansia da separazione, come affermato dalla psicanalista Margaret Mahler è uno stadio normale di vita che si sviluppa intorno agli otto mesi, una volta che il bambino comprende che i genitori non scompaiono quando sono fuori dalla portata della suo campo visivo. L&#039;ansia da separazione raggiunge il suo apice intorno ai 10-18 mesi di età per poi abbassarsi gradualmente.  Esistono casi in cui ciò non accade e  in cui il bambino manifesta una forma inappropriata ed eccessiva di paura e malessere al momento di separarsi da casa o da una specifica figura di riferimento in momenti e fasi di sviluppo successive, tra cui gli esordi scolastici. L&#039;ansia espressa, in questo caso, è classificata come atipica rispetto al livello di sviluppo atteso e all&#039;età del soggetto. La gravità dei sintomi varia dal disagio preventivo a veri e propri attacchi di ansia al momento (o anche solo al pensiero) della separazione, causando al bambino un disagio significativo o una compromissione del funzionamento sociale, scolastico o di altre aree importanti (DSM V). Per dare qualche spunto utile di osservazione a genitori e insegnanti si legga l’elenco dei sintomi dell’ansia da separazione al punto successivo.
Scuola secondaria di primo grado: è la fase della preadolescenza. Se prima potevano capitare momenti di condivisione con il bambino dei vissuti e degli stati emotivi, ora vi è una ricerca, da parte dello stesso, della prima autonomia e indipendenza e ciò può portare ad una chiusura in se stessi. In questa fase, nel bambino che manifesta una difficoltà di ripresa scolastica si può riscontrare una sorta di atteggiamento oppositivo: il bambino esprime un’ aggressività passiva che si può esplicitare nel rifiuto a preparare la cartella o nella preparazione errata della stessa o nel rifiuto dei compiti scolastici.
Scuola secondaria di secondo grado:  il passaggio alle scuole superiori è l’inizio di un nuovo percorso, in cui il ragazzo dovrà affrontare diverse sfide. Tutto ciò coincide proprio con il passaggio alla fase adolescenziale, momento fondamentale nella costruzione della propria identità, perché il bambino lascia lo spazio al futuro adulto. Nell’adolescenza si notano quattro tipi di cambiamenti:
• La completa maturazione fisica.
• Il raggiungimento della maturità sessuale.
• L’acquisizione dello stato di adulto.
• Il conseguimento del pieno sviluppo cognitivo 
  
Tutti questi aspetti possono comportare una grande pressione e senso di responsabilità per il ragazzo e ciò può creare un possibile stato di ansia.
 
Ho mal di pancia: come riconoscere segni e sintomi di disagio
I disagi che possono derivare da una condizione di ansia da ripresa sono diversificati. Possono manifestarsi cambiamenti nel ritmo sonno veglia, con difficoltà di addormentamento, incubi notturni, capricci dopo il risveglio mattutino o il tentativo di allungare il tempo di permanenza in casa. Un’ ulteriore conseguenza dell’ansia da ripresa  possono essere i classici sintomi “psicosomatici” in cui  il disagio, non correttamente mentalizzato e razionalizzato dal minore prende una via di espressione che si traduce in una forma di disagio/malessere corporeo , ad esempio i frequenti mal di pancia, mal di testa e simili  che spesso non ha origine medica, ma è una forma di somatizzazione.  E’ frequente che tali segni e sintomi si manifestino per un nutrito gruppo di ragazzi di diverse età al momento della ripresa scolastica a settembre ma dovrebbero avere un decorso limitato nel tempo, con una spontanea e graduale risoluzione successiva. Se invece questi problemi dovessero perdurare sarebbe bene parlarne con gli insegnanti e consultare un esperto dell’età evolutiva.
Nel caso specifico invece dell’ansia da separazione di cui sopra i sintomi a cui prestare maggiore attenzione da parte delle figure educative si riassumono facilmente in poche battute ( Manuale Statistico Diagnostico dei disturbi Mentali DSM V):

Ricorrente ed eccessivo disagio quando si prevede o si sperimenta la separazione da casa o dalle principali figure di attaccamento;
Persistente ed eccessiva preoccupazione riguardo alla perdita delle figure di attaccamento, o alla possibilità che accada loro qualcosa di dannoso, come malattie, ferite, catastrofi o morte;
Persistente ed eccessiva preoccupazione riguardo al fatto che un evento imprevisto comporti separazione dalla principale figura di attaccamento (perdersi, essere rapito, avere un incidente, ammalarsi);
Persistente riluttanza o rifiuto di uscire di casa per andare a scuola per paura della separazione.
Persistente ed eccessiva paura di, o riluttanza a, stare da soli o senza le principali figure di attaccamento a casa o in altri ambienti;
Persistente riluttanza o rifiuto di dormire fuori casa o di andare a dormire senza avere vicino una delle principali figure di attaccamento;
Ripetuti incubi che implicano il tema della separazione;
Ripetute lamentele di sintomi fisici (mal di testa, dolori di stomaco, nausea, vomito) quando si verifica o si prevede la separazione dalle principali figure di attaccamento;

Inoltre Il rifiuto scolastico potrebbe originare da problemi specifici non confidati che, con il ritorno a scuola, potrebbero riaffiorare. Il bullismo, ad esempio è una forma di violenza  psicologica e talvolta fisica che può comportare importanti conseguenze sul piano emotivo, mentale e comportamentale.      
 Le vittime possono manifestare problematiche alimentari e fisiche, aspetti che rappresentano il forte stress cui sono soggette, sintomi spesso confondibili con segnali analoghi allo “stress da rientro” o “ansia da separazione” Inoltre, il loro interesse per la scuola può diminuire e, nel lungo termine, può portare ad abbandono prematuro del percorso formativo.
 
L’universo scuola: disturbi specifici, disattenzione, demotivazione o altro?
Se i segnali citati nel paragrafo precedente dovessero presentarsi, i genitori non devono allarmarsi, ma cercare di interpretarli e comprenderli. Le problematiche potrebbero riguardare diversi ambiti, dalla sfera emotiva alle funzioni cognitive al rendimento scolastico. A questo proposito diventa fondamentale consultare un’equipe accreditata di esperti ( In Lombardia esistono, oltre alle strutture pubbliche, elenchi di equipe autorizzate dalle ASST di zona a prima diagnosi e valutazione ) che sappia far chiarezza sull’origine del disagio:  il disagio/rifiuto della scuola o l’abbassarsi del rendimento è da ricondursi a una difficoltà dei processi di apprendimento, a un deficit/blocco delle funzioni cognitive ( attenzione, concentrazione) o a scarsa motivazione o ai fattori psicologici emotivo-relazionali , o all’intersecarsi di alcuni di questi elencati?
Il Disturbo Specifico dell’Apprendimento (DSA) comporta, ad esempio, una difficoltà nelle abilità scolastiche, le quali risultano al di sotto di quelle attese per l’età cronologica dell’individuo, causando una significativa interferenza con il rendimento scolastico o con le attività della vita quotidiana.
Il disturbo dell’attenzione e di iperattività (ADHD), invece, si caratterizza per inattenzione ed iperattività impulsiva, aspetti che si manifestano in diversi contesti di vita e che possono compromettere il funzionamento sociale ed accademico.
In altri casi sono i disturbi o le difficoltà emotivo relazionali a essere preponderanti: la socializzazione non è un loro punto di forza, tendono a preferire la presenza della figura adulta a quella dei compagni di classe, possono sviluppare ansia scolastica ed ansia da prestazione. Isolamento, chiusura, mancanza di interesse sono solo alcuni degli aspetti che caratterizzano i bambini con problematiche emotivo- relazionali. Spesso hanno scarsa autostima e ciò può demotivarli di fronte ad un ostacolo o una sfida (la scuola ne è ricca), perché non sono consapevoli delle proprie qualità e tendono a manifestare atteggiamenti di rifiuto ed opposizione.
In questi casi un consiglio è quello di rivolgersi a degli esperti, specializzati nell’età evolutiva che possano comprendere le cause sottese ed indirizzare il proprio figlio verso un percorso per lui più adatto. I molti casi possono essere d’aiuto percorsi di rinforzo individuale o riabilitativi di funzioni specifiche, in altri sono maggiormente adatti lavori di piccolo gruppo , oltre al generico sostegno dell’aiuto compiti.
 
Conclusione
Per concludere è fondamentale saper cogliere preventivamente i segnali di disagio, non amplificarli, ma accoglierli e inquadrali correttamente.  Se dovessero presentarsi evidenti difficoltà legate alla scuola, come bruschi cali di rendimento blocco o rifiuto o forte demotivazione, è necessario intervenire. Esistono diversi strumenti utili e diversificati, da un semplice attività di aiuto compiti con personale qualificato a percorsi riabilitativi e di potenziamento individuale o di gruppi di piccole dimensioni. Analizzare bene la situazione e i diversi fattori alla base di problematiche complesse, è fondamentale per una maggiore comprensione della situazione.
Per stimolare le risorse dello studente è necessario il contributo degli insegnanti, dei genitori e di specialisti del settore psicologico  (equipe  autorizzata  operante in  centro di psicologia specializzato per attività di prima diagnosi e certificazione DSA in cui  operano psicologi specializzati in psicologia scolastica e dell’apprendimento in collaborazione con altri specialisti dell’età evolutiva). Lavorando sui punti di forza e debolezza dello studente, sarà altamente probabile una ricaduta positiva sul suo atteggiamento nei confronti della scuola.
 
 
Riferimenti bibliografici
Pellai, A. (2012). Si va a scuola. Prepararsi ai primi giorni in classe. Edizioni Centro Studi Erickson
Carugati, F., Selleri, P. (2005). Psicologia dell’ educazione. Il Mulino
Pellai A., Tamborini, B. (2017). L’età dello tsunami. Come sopravvivere a un figlio pre- adolescente. Editore De Agostini
Fassio, O., Martinengo, L. (2013). L’ansia tra i banchi di scuola. Università popolare di Torino Editore
Di Pietro, M., Kendall, P. (2003). Terapia scolastica dell’ansia. . Edizioni Centro Studi Erickson
 
AUTORI:
 
Dott.ssa Passoni Flavia Ilaria (Psicologa, Psicoterapeuta, Dir. Scientifico di Synesis Psicologia®)
Dott.ssa De Luca Alice (Dott.ssa in Psicologia)
Dott.ssa Stucchi Elisabetta ( Psicologa, Psicoterapeuta i.f.)
Dott.ssa D&#039;ercole Sabrina ( Psicologa, Psicoterapeuta)]]></description>
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		<item>
			<title>Stress: come combatterlo</title>
			<link>http://www.centrosynesis.it/1/stress_come_combatterlo_11422566.html</link>
			<description><![CDATA[<strong>Stress: come combatterlo</strong><br /> 
 
 
 
 
 
 
Tavola dei contenuti
Introduzione
Le differenze tra stress positivo (eu-stress) e negativo (di-stress)
Stress lavoro-correlato: una premessa storica
La rilevazione dei fattori da stress lavoro-correlato
Lo stress non va in vacanza
Conclusioni
Riferimenti bibliografici
 
Introduzione
Nella società odierna, caratterizzata da un ritmo di vita sempre più frenetico, capita a tutti di sentirsi sempre più stressati. Molte delle attività che svolgiamo quotidianamente infatti, come il lavoro o lo studio, risultano essere delle fonti di stress.  In questo articolo, riprendendo la pubblicazione sul tema dello stress di Plaino e Berizzi (“Plaino C. & Berizzi M. (2011). Scheda stress-lavoro correlato, Finanziare la formazione continua, (a cura di) L. Colombo, Franco Angeli”) parleremo dello stress lavoro correlato. Approfondiremo, inoltre, come sia importante riuscire a riposarsi realmente durante le vacanze, in modo da riuscire a scacciare lo stress una volta per tutte.   
 
Le differenze tra stress positivo (eu-stress) e negativo (di-stress)
Lo stress è parte integrante della nostra vita, è fisiologico ed è una risposta più che naturale del nostro organismo a stimoli esterni che provengono dall’ambiente. Naturalmente dobbiamo fare un grande distinguo: c’è una parte dello stress che ci aiuta ad essere performanti e stimolati ed una parte che, diversamente, ci deprime, ci abbatte, ci scarica e mette a dura prova il nostro corpo e conseguentemente la nostra psiche. Per quanto concerne le caratteristiche dello stress, Selye (1936) fu il primo ad identificarne due diverse tipologie che lui chiamò di-stress (o stress negativo) ed eu-stress (o stress positivo). Il di-stress si ha quando degli stimoli stressanti instaurano un logorio progressivo, fino ad arrivare alla rottura delle difese psicofisiche. Si evidenziano quindi delle situazioni in cui le condizioni di stress permangono anche in assenza di eventi stressanti, oppure l’organismo reagisce a stimoli di lieve entità in maniera sproporzionata. Lo stress positivo o eu-stress si ha, invece, quando uno o più stimoli allenano la capacità di adattamento psicofisica individuale; esso diviene quindi una forma di energia utilizzata per potere raggiungere un obiettivo in modo più agevole.
 
Stress lavoro-correlato: una premessa storica
Lo stress è un argomento che da sempre ha riscosso l’attenzione di molti studiosi. Il primo ad affrontare questo tema fu Young, che ufficializzò la legge di Hooke, osservando che “il rapporto fra il cambiamento di dimensioni di un oggetto e le dimensioni originali dovuto a forze esterne” era imputabile al principio di stress ed in particolare al concetto di “resilienza”. Con tale termine, attraverso una definizione contemporanea, si può indicare la capacità di persistere nel perseguire obiettivi sfidanti, fronteggiando in maniera efficace le difficoltà e gli altri eventi negativi. Successivamente Cannon postulò la teoria della “reazione d’allarme come risposta organica di un soggetto ad un pericolo esterno” eseguendo studi e ricerche sulle ghiandole surrenali e sulla loro risposta agli stimoli esterni. Proseguendo nella storia, Selye concettualizzò lo stress come “la sindrome di adattamento a-specifica alle sollecitazioni dell’ambiente interno e/o esterno”. Questa definizione è ancora oggi assolutamente attuale poiché rileva l’importanza sia dell’ambiente esterno che di quello interno come potenziali stimoli condizionanti per la salute del lavoratore: lo stress visto come la risposta non specifica dell’organismo umano di fronte a qualsiasi stimolo che innesca una reazione di adattamento che può arrivare ad essere patologica è ciò che si dovrebbe tener presente nella rilevazione dei fattori lavoro-correlati in azienda. Pensare di inserire nell’organico aziendale due persone diverse nella stessa mansione e quindi ottenere il medesimo adattamento diviene non solo un’ingenuità ma anche un potenziale evento stressogeno che deve essere considerato come elemento stress lavoro-correlato e quindi debitamente affrontato. Persone diverse si adattano alle medesime mansioni utilizzando modalità diverse! Questa in assoluto è la prima e più importante regola che dovrebbe essere considerata nella valutazione dei rischi da stress lavoro-correlati.
La rilevazione dei fattori da stress lavoro-correlato
Un tentativo di rilevazione dei fattori stress lavoro-correlati è stato compiuto da Plaino e Berizzi presso un ente di pubblica amministrazione della Provincia di Bergamo, che gestisce i Fondi Nazionali per le Politiche Sociali ed il Fondo Sociale Regionale per l’attuazione dei Piani di Zona. In particolare, sono stati individuati gruppi omogenei di lavoratori, e, attraverso il questionario dell’Istituto Superiore di Sanità, validato da A. Gigantesco e collaboratori (2004), si è proceduto alla rilevazione dei fattori stress lavoro-correlato. L’indagine, quindi, ha seguito due binari paralleli per quanto riguarda il personale operativo (assistenti sociali) ed il personale amministrativo (segretarie/centraliniste e responsabili amministrativi). A tutto il personale è stato somministrato il questionario, rigorosamente in forma anonima, per non minare la veridicità delle risposte presentate. L’analisi delle risposte date ha reso possibile individuare i seguenti fattori, in qualità di potenziali stressors quotidiani dei lavoratori:

Fattore organizzazione lavoro
Fattore relazioni
Fattore stress fisico
Fattore stress mentale
Fattore condizioni ambientali
Fattore orario

Il confronto fra i 6 fattori, basato sulla valutazione media riportata dai gruppi omogenei di lavoratori, ha permesso infine di individuare quale area necessita, prioritariamente, di un intervento correttivo da parte dell’azienda. Dalle analisi dei questionari, più nello specifico, sono emersi i seguenti fattori distressanti:
1. Area amministrativa:

Possibilità di carriera
Possibilità di frequentare corsi o altre iniziative di formazione
Possibilità di imparare e fare cose nuove sul lavoro
Chiarezza dei ruoli/responsabilità
Ritmi particolarmente veloci o intensi
Necessità di avere particolari abilità e/o notevole esperienza
Mancanza di regole, troppo è lasciato alla tua iniziativa

2. Area servizi sociali:

Ricevere informazioni sufficienti e non contraddittorie dai tuoi superiori
Chiarezza dei ruoli/responsabilità (chiarezza dei tuoi compiti e di cosa ci si attende da te)
Ritmi particolarmente veloci o intensi

Una volta rilevati i fattori sarà necessario impostare le relative azioni correttive e procedere ad un follow-up, a distanza di due anni circa, per valutare quali e quanti miglioramenti verranno apportati nel profilo stress lavoro-correlato verificando l’efficacia degli interventi e predisponendo, qualora si rendesse necessario, un piano per una valutazione maggiormente approfondita. Appare chiaro come la gestione del rischio stress lavoro-correlato e la rilevazione dei fattori influenti possa incidere almeno su tre livelli della vita professionale dei lavoratori:

Salute: benessere e qualità della vita
Sicurezza: minore rischio di infortuni
Sviluppo organizzativo: maggiore produttività

Possiamo quindi osservare come un’adeguata valutazione dei rischi derivanti da stress possa offrire l’opportunità di individuazione di elementi critici all’interno del processo produttivo ed impostare anche un Piano Formativo adeguato e personalizzato sui bisogni specifici dell’azienda.
 
Lo stress non va in vacanza
È proprio quando arriva l’estate e le vacanze sono ormai alle porte che la maggior parte di noi pensa di potere riuscire ad abbandonare lo stress una volta per tutte. Le vacanze, infatti, vengono viste dalla maggior parte delle persone come un momento per staccare la spina dall’ambiente lavorativo, svagarsi e rilassarsi. Non sempre però questo ci è possibile, a causa di una serie di motivazioni differenti: c&#039;è chi ha aspettative troppo elevate, chi è in difficoltà sulla meta da scegliere, chi ha un budget limitato, chi non ha ancora deciso con chi partire, chi non sa cosa mettere in valigia, chi ha paura della prova costume e chi teme il volo in aereo.
È interessante, quindi, indagare quanto le vacanze siano realmente un momento di relax. I fattori che vanno considerati sono principalmente tre:

Soglia di stress: ognuno di noi durante l’anno lavorativo accumula nel proprio corpo un determinato livello di stress. Se lo stress accumulato è eccessivo, può estendersi anche al periodo di vacanza, non consentendoci quindi di rilassarci appieno. La vacanza, inoltre, può essere investita di grandi aspettative, che rischiano di essere deluse. Un consiglio, quindi, è quello di cercare di scaricare la tensione accumulata anche durante il periodo lavorativo, in modo da arrivare in vacanza più sereni e rilassati. In vacanza, inoltre, può essere utile mantenersi in movimento svolgendo dell’attività fisica, senza però affaticarsi troppo.   
Tipologia di vacanza: è molto importante scegliere in modo accurato la vacanza da svolgere. Non tutte le mete, infatti, possono aiutarci a combattere lo stress. Un primo consiglio è quello di scegliere un pacchetto organizzato ed una meta conosciuta, progettando la vacanza con calma e in anticipo, optando per ciò che crea meno tensione e preoccupazione. La vacanza inoltre deve essere interpretata come meglio si crede, non ci si deve sentire costretti a partire, solo per omologarsi agli altri, nel caso si preferisca trascorrere le vacanze a casa.
Ansia da organizzazione: è fondamentale, per prepararsi a svolgere una vacanza davvero rilassante, non farsi prendere dall’ansia pre-partenza. Non bisogna quindi preoccuparsi eccessivamente per esempio per i preparativi della valigia, poiché anche nel caso in cui si dimenticasse a casa qualcosa non è un dramma! Inoltre, anche quando si cerca di organizzare ogni cosa nei minimi particolari, l’imprevisto può sempre accadere e quindi bisogna essere preparati a gestire ogni eventualità in modo positivo.

Conclusioni
Lo stress risulta essere parte integrante della vita di ognuno di noi. Può verificarsi soprattutto nell’ambito lavorativo; per questo motivo è importante che vengano svolte delle rilevazioni dei fattori di stress lavoro-correlato nelle aziende, in modo da potere suggerire dei miglioramenti che possano aiutare i lavoratori a percepire il proprio ambiente di lavoro come meno stressante. Per fare questo possono essere chiamati ad agire degli psicologi, specializzati in ambito lavorativo e delle organizzazioni aziendali. Lo stress, inoltre, può essere in agguato anche nel periodo delle vacanze estive. Bisogna evitare di pensare che le vacanze possano risolvere ogni nostro problema, poiché in questo modo si rischia di rimanere delusi o peggio ancora di ritrovarsi, al rientro a casa, a dover combattere contro un carico di stress ancora più elevato. Per quest’ultimo motivo è fondamentale godersi il momento della vacanza giorno per giorno, senza anticipare mentalmente il ritorno a casa, atteggiamento che avrebbe solo delle ricadute psicologiche negative. Infine, in caso in cui si continui a percepire l’influenza negativa dello stress  su se stessi, può essere utile rivolgersi ad un professionista psicologo, in un centro specializzato, che aiuti nella sua gestione. 
Se sei interessato ad approfondire l’argomento, oppure ti piacerebbe intraprendere  un percorso con un nostro specialista, ti inviamo ad iscriverti alla nostra newsletter o a  contattare l’equipe specialistica del centro synesis.  
 
Riferimenti bibliografici
Gigantesco A. et al. (2004) La valutazione della condizione lavorativa in popolazioni del settore sanitario. Medicina del lavoro, 95,6: 431-440.
Gorgone E. et al. (2005) Nutrienti nella prevenzione dello Stress Ossidativo. Biochimica clinica, 29, 320-324.
Gabassi P.G. (2003).Psicologia del lavoro nelle organizzazioni, F. Angeli, Milano, 2003, 167.
Plaino C. & Berizzi M. (2011). Scheda stress-lavoro correlato, Finanziare la formazione continua, (a cura di) L. Colombo, Franco Angeli
Selye H. &quot;Stress and disease&quot;. Science, Oct.7, 1955; 122: 625-631
Selye H. (1936) A Syndrome Produced by Diverse Nocuous Agents, The Journal of Neuropsychiatry and Clinical Neurosciences
Trabucchi (2007) Resisto dunque sono, Corbaccio, Milano
 
Autori
Dott. Carlo Plaino, (Psicologo, Psicoterapeuta, Formatore)
Dott.ssa Passoni Flavia Ilaria (Psicologa, Psicoterapeuta, Dir. Scientifico  di Synesis Psicologia®)
Dott.ssa Laura Balduchelli  (Dott.ssa in Psicologia)
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			<title>SOS debito scolastico: come evitarlo o affrontarlo nel modo migliore!</title>
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			<description><![CDATA[<strong>SOS debito scolastico: come evitarlo o affrontarlo nel modo migliore!</strong><br />In ambito di Psicologia scolastica per la maggior parte degli studenti quello del debito scolastico risulta essere uno dei temi più caldi del mese di maggio, ad un passo dalla chiusura dell’anno scolastico. Se alcuni ragazzi infatti possono dormire sonni tranquilli, a causa dei voti eccellenti ottenuti nel quadrimestre,  e altri si ritrovano ad avere già gettato la spugna in vista di una probabile bocciatura, la maggior parte degli studenti, invece,  risultano essere ancora in una situazione incerta e non del tutto definita.  
In seguito verranno presentate alcune consigli pratici e strumenti utili in psicologia, indirizzati  non solo a chi  già si intende di   Psicologia dell’età evolutiva e dell’Appredimento ma soprattutto ai ragazzi che ai loro genitori, per affrontare al meglio l’ultimo mese di scuola e riuscire a superare le eventuali difficoltà connesse. 
Come evitare il debito scolastico
Come molti studenti sapranno, a causa delle proprie esperienze personali, per raggiungere risultati positivi a scuola non basta semplicemente studiare. Nella parola “studiare” infatti sono racchiusi molteplici significati, che comprendono sia il modo (stile) di apprendere usato dalla persona che le strategie di apprendimento personale.
Ecco quindi, elencati in seguito, una serie di spunti che possono aiutare a migliorare il proprio profitto scolastico, per andare incontro alla tanto sperata promozione senza debiti:

Seguire attentamente le spiegazioni dell’insegnante. Seguire l’insegnante è molto importante perché spesso facilita il lavoro individuale a casa. Molti ragazzi pensano che, anche distraendosi in aula, riusciranno a recuperare tutto studiando da soli sui libri, ma a volte non è così facile.  Soprattutto per le materie più tecniche è fondamentale prestare attenzione, prendere appunti e non avere timore di chiedere ulteriori spiegazioni di ciò che non si è capito. L’insegnante è una figura istituita appositamente per questo, quindi è bene sfruttarla al meglio.    
Organizzare lo studio e non procastinare.  Ridursi a studiare tutto il giorno prima dell’interrogazione, magari rimanendo svegli fino a notte fonda, di certo non aiuta ad innalzare il proprio profitto. Bisognerebbe infatti studiare mano a mano che il programma viene affrontato in aula, programmando sia la settimana che le singole giornate di studio (stabilendo specifici “slot di studio” da attribuire a ciascuna materia con un tempo prefissato) in modo che si abbiano più giorni a disposizione per leggere, assimilare e ripassare i medesimi contenuti. È scientificamente provato, infatti, che la reiterazione ed il ripasso di ciò che si è letto fanno in modo di “consolidare la traccia mnestica” ovvero che le informazioni rimangano impresse nella memoria. Quando, al contrario, si tenta di memorizzare le informazioni poco prima dell’interrogazione, questo processo non ha il tempo necessario per attuarsi, con conseguente perdita delle informazioni che rimangono disponibili a breve termine ma non realmente assimilate.
Essere ottimisti e positivi: pensare che sicuramente si otterranno dei debiti a fine anno è del tutto controproducente. Questo infatti non fa altro che attivare quella che viene chiamata in gergo psicologico “Profezia che si autoavvera”: una supposizione o profezia che, per il solo fatto di essere stata pronunciata, fa realizzare l’avvenimento presunto, aspettato o predetto, confermando in tal modo la propria veridicità. Le aspettative che si hanno, infatti, condizionano in modo inconscio ma consistente il nostro modo di comportarci e quindi anche i risultati che andremo ad ottenere.
Lavorare su se stessi. Questo è sicuramente il punto più importante da tenere in considerazione, anche perché risulta essere il meno considerato, sia dai ragazzi che dai genitori il famoso detto “conosci te stesso”, sia dal punto di vista psicologico che dell’apprendimento,  ci ricorda quanto sia importante capire quali sono i modi tramite i quali è possibile rendere più efficace il proprio lavoro. È importante quindi porsi domande quali: qual è il mio stile di apprendimento? Cosa faccio per imparare? Che strategie posso utilizzare? Quali per me sono più utili e quali invece possono essere abbandonate?

Gli stili di apprendimento
Il modo di apprendere è unico e varia da persona a persona.  Come sottolineano gli esperti in Psicologia, esso influenza, senza ombra di dubbio, le nostre prestazioni quotidiane. Per questa ragione è bene avere chiaro ciascuno il proprio. I diversi stili di apprendimento esistenti non presentano punti di forza o debolezza, ma è possibile sia trovare uno stile che ben si adatti alla propria personalità che utilizzarne consapevolmente diversi in modo flessibile.  

Analitico vs globale: chi adotta il primo è solito partire dai dettagli per poi ricostruire un quadro generale, mentre chi predilige il secondo vuole avere prima una visione d’insieme per poi muoversi verso il particolare.
2.     Sistematico vs intuitivo: chi adotta il primo cerca le soluzioni prendendo in considerazione una variabile per volta, che sottopone sempre a verifica, mentre chi utilizza il secondo fa delle ipotesi  più generali e tende spesso a saltare facilmente alle conclusioni.
3.     Impulsivo vs riflessivo: la persona impulsiva ha bassi tempi decisionali e risponde in modo precipitoso, mentre quella riflessiva risponde in modo più lento e accurato.
4.     Verbale vs visivo: il primo ricorda meglio le parole ed utilizza come strategie di studio i riassunti e la ripetizione, il secondo predilige l’area visuo-spaziale ed utilizza come strategie di studio schemi, tabelle ed immagini.
5.     Convergente vs divergente: il primo usa il pensiero logico e consequenziale per risolvere i problemi, partendo dalle informazioni disponibili per convergere verso una soluzione, il secondo procede invece in modo creativo, generando una varietà di risposte originali e flessibili.  
6.      Campo dipendente vs campo indipendente: il primo tende ad evidenziare i collegamenti esistenti tra l’argomento studiato ed il contesto in cui esso è inserito, mentre il secondo tende ad isolare i singoli argomenti studiati.

Questi stili possono poi combinarsi dando luogo a differenti modelli. Per fare qualche esempio il Modello Sensoriale è fondato sui tre principali recettori sensoriali (vista, udito e funzioni legate al movimento) ed a seconda delle situazioni, una delle modalità diventa dominante; nello Stile Multimodale vengono invece utilizzati contemporaneamente molteplici stili di apprendimento, infine quello di Apprendimento Sociale è fondato sulla collaborazione tra studenti.  
Le strategie di apprendimento
Tra una persona e l’altra possono variare anche le strategie di apprendimento, ossia le modalità che la persona predilige utilizzare al fine di apprendere. È importante quindi capire quali strategie di apprendimento possiamo mettere in atto per imparare, ossia quali comportamenti possono essere utili per ottimizzare le nostre risorse. Esse, nello specifico, sono:

Strategie cognitive: ad esempio leggere a voce alta e ripetere, sono utili per fissare in memoria le informazioni ed appropriarsi di esse.
Strategie metacognitive: servono per la gestione del proprio apprendimento, un esempio può essere darsi delle scadenze a breve o medio termine.
Strategie socio-affettive: servono per la gestione delle emozioni e del rapporto con se stessi, intesi come soggetti che apprendono, un esempio è quello di alleggerire le materie più noiose usando alcuni stratagemmi.
Strategie motivazionali: ad esempio convincersi che anche le materie più difficili e noiose siano indispensabili per l’apprendimento di quelle più piacevoli, servono a promuovere la spinta all’esecuzione del proprio compito.

 
Quello che è rilevante è che non esistono strategie “buone” o “cattive”, “giuste” o “sbagliate”, ma solo strategie funzionali e disfunzionali, ovvero  più o meno adeguate alla persona e al compito da svolgere.   
Come affrontare il debito scolastico 
Nel caso non si riuscisse ad evitare ugualmente un debito scolastico, bisogna cercare di non preoccuparsi eccessivamente in modo da bloccare l’utilizzo positivo delle nostre risorse. Tutto è riparabile, basta solamente affrontare la situazione “ Strategica_mente” con impegno e positività!
Per gli studenti può essere utile:

Svolgere un’accurata riflessione sul perché dell’esito negativo. È fondamentale infatti fermarsi un attimo a pensare alle motivazioni che hanno portato ad avere l’insufficienza. Questo serve sia a trovare delle nuove strategie più proficue da utilizzare in ambito scolastico che a individuare dei comportamenti più adeguati da attuare. È utile quindi porsi domande quali: Ho studiato per un numero di ore sufficiente? Mi sono impegnato abbastanza? Ho seguito con attenzione le lezioni in classe? Mi sono distratto eccessivamente?
Trasformare l’insuccesso in un’occasione di apprendimento. È importante infatti non sentirsi incapaci e non abbattersi a causa dei risultati che non rispecchiano le proprie aspettative. Anche alle persone di grande successo capita, a volte, di avere qualche difficoltà. Questo può essere utile per il futuro, deve essere rielaborato in modo che si possa imparare dai propri errori.  Per un supporto efficace volto anche al recupero della fiducia nelle proprie risorse può essere utili usufruire dei servizi di Psicologia Scolastica presenti nel proprio istituto chiedendo un colloquio gratuito allo sportello di Counseling

 

Autoresponsabilizzarsi !Spesso capita infatti che, a seguito di un risultato negativo, si tenda ad attribuirne la causa ad entità esterne. Un’insufficienza a fine anno però non può dipendere solo dalle valutazioni di un professore troppo severo, oppure dal comportamento dei genitori che esigono troppo. È bene fare un esame approfondito e realistico, assumersi anche le proprie colpe ed iniziare fin da subito ad attuare un cambiamento personale in positivo.
Stimolare la propria motivazione. Spesso capita che i brutti risultati non siano dovuti ad una mancanza di capacità, ma piuttosto ad una scarsa motivazione allo studio. Riuscire a risollevare la propria motivazione, pensando ai piccoli traguardi più imminenti oltre all’importanza di una solida base culturale anche in vista del proprio futuro lavorativo è fondamentale per recuperare.   
Studiare e impegnarsi, ma allo stesso tempo riposare la mente.  Sembra forse essere il consiglio più scontato, ma rimettersi a studiare è essenziale. Non bisogna mai prendere sottogamba gli esami di riparazione, per non avere brutte sorprese a settembre. La cosa migliore da fare è alternare momenti di studio a momenti di svago e vacanza, in modo da riuscire a trovare il giusto equilibrio che permetta allo stesso tempo di recuperare le energie cognitive, preparandosi per l’esame. 
Chiedere aiuto.  Quando ci si rende conto che da soli risulta molto difficoltoso riuscire a svolgere quanto citato nei punti precedenti, è bene affidarsi a degli specialisti.  Si può richiedere prima di tutto un aiuto da parte di insegnanti o studenti esperti, attivando ripetizioni delle materie che risultano più ostiche da comprendere. Secondariamente si può attivare un percorso mirato con uno psicologo specializzato in psicologia scolastica e dell’apprendimento, che opera in un’equipe specializzata autorizzata dalle ASST di zona (obbligatorio in Lombardia) per attività di prima diagnosi e certificazione DSA,  che può aiutare il ragazzo sia nello scoprire le strategie di apprendimento migliori da attuare, che nel potenziare il metodo di studio e la consapevolezza delle proprie capacità personali.

Per i genitori invece può servire: 

Cercare il dialogo e non lo scontro. È importante infatti aprirsi al dialogo sia con i professori, dai quali si possono ricevere indicazioni importanti, che con i figli, che in molti casi apprezzano parlare delle proprie difficoltà con le persone più care.     
Essere disponibili a dare una mano. Questo non significa solo cercare di offrire il proprio aiuto su argomenti prettamente scolastici (che non sempre sono padroneggiati anche dagli stessi genitori), ma soprattutto spronare il figlio a studiare in modo intelligente e ad ottenere risultati positivi, senza colpevolizzarlo o farlo sentire non all’altezza della situazione. 
Attuare un atteggiamento supportivo e non impositivo. Bisogna sempre ricordare infatti che ottenere dei debiti scolastici può essere un duro colpo, anche di tipo emotivo, per alcuni ragazzi. Avere un genitore accanto in grado di dimostrarsi comprensivo ed attento nei confronti dei propri bisogni e delle proprie attitudini è spesso la cosa che ogni ragazzo si augura. Inoltre imponendo le proprie scelte, come ad esempio quella di obbligare il figlio a svolgere delle ripetizioni, si può andare incontro a risultati controproducenti. È sempre opportuno invece discuterne insieme e lasciare un margine di decisione al ragazzo, in modo che possa attivare la propria motivazione intrinseca. 
Evitare di fare paragoni. Il paragonare il ragazzo ad altri compagni, che hanno ottenuto risultati più brillanti, oppure ad eventuali fratelli o sorelle, non porta mai ad una svolta positiva. Anzi, rischia solo di peggiorare ulteriormente l’autostima del ragazzo. La cosa migliore da fare infatti è pensare al percorso individuale di ognuno, che pur difficoltoso ed imperfetto, porta sempre ad uno sviluppo e ad un arricchimento personale. Dopotutto, ciò che è davvero importante è considerare il punto di arrivo, tenendo però in considerazione quello di partenza.
Rivolgersi ad un ‘equipe di specialisti: se ci sono dubbi che il rendimento possa essere imputabile non solo a scarsa motivazione/impegno è bene rivolgersi un’equipe specializzata autorizzata dalle ASST di zona (obbligatorio in Lombardia) per attività di prima diagnosi e certificazione DSA in cui psicologi specializzati in psicologia scolastica e dell’apprendimento in collaborazione con altri specialisti ( logopedista, neuropsichiatra) , possano indagare le risorse cognitive e tracciare il profilo neuropsicologico e dell’apprendimento del ragazzo.

Conclusioni
Per affrontare al meglio l’ultimo mese di scuola è importante non solo prestare attenzione in classe ed impegnarsi nello studio, ma anche lavorare su se stessi. Alcuni stili e strategie di apprendimento, infatti, risultano maggiormente adatte per alcuni studenti piuttosto che altre e possono aiutarli ad avere risultati migliori. Nel caso l’anno si concluda con un debito scolastico, è importante non abbattersi ed attivare le proprie risorse in modo da rendere l’ostacolo superabile. In queste situazioni il supporto di genitori, insegnanti ed eventualmente specialisti del settore psicologico  (equipe  autorizzata  operante in  centro di psicologia specializzato per attività di prima diagnosi e certificazione DSA in cui  operano psicologi specializzati in psicologia scolastica e dell’apprendimento in collaborazione con altri specialisti), può contribuire a stimolare le risorse dello studente. Spesso, quindi, è fondamentale agire anche sulle competenze personali per avere una ricaduta indiretta positiva sulle competenze scolastiche.      
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Riferimenti bibliografici:
Mariani, L. (2005) Le strategie per imparare, aiutare gli studenti a gestire il proprio apprendimento. Convegno LEND, Milano. 
Mason, L., Arcaini, S. (2001) Motivazione all&#039;impegno scolastico, attribuzioni causali e rendimento in studenti di scuola media e superiore. Psicologia clinica dello sviluppo, Il Mulino, pp. 423-450. 
Smorti, M., Tschiesner, R., Farneti, A. (2016) Psicologia per la buona scuola, Libreria universitaria.it Edizioni, pp 41-53
 
 
Dott.ssa Laura Balduchelli  (Dott.ssa in Psicologia) & Dott.ssa Passoni Flavia Ilaria  Psicologa, Psicoterapeuta , Direttore Scientifico  di Synesis Psicologia®) 
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			<title>Il comportamento alimentare: un nuovo approccio alla salute</title>
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			<description><![CDATA[<strong>Il comportamento alimentare: un nuovo approccio alla salute</strong><br />Fin dal 2015 con l’inaugurazione di EXPO a Milano, il MIUR ha voluto sottolineare il suo impegno nell’educare la popolazione (nazionale e mondiale) alla corretta alimentazione, alla preparazione dei cibi e alla loro corretta conservazione, alla salvaguardia dei prodotti di eccellenza territoriale, alle nuove tecnologie impiegate nelle tecniche di coltivazione o allevamento e, infine, alle modalità con cui poter orientare le proprie scelte alimentari per vivere in modo sano e lontani da quelle che sembrano essere le patologie sociali più debilitanti negli ultimi anni: diabete (mellito), ipertensione e altre patologie cardiovascolari, sovrappeso e obesità sia infantile che nella popolazione adulta.
 
Nutrizione e Alimentazione: quali differenze?
Parlare di nutrizione e di alimentazione non è la stessa cosa. Se la nutrizione identifica qualcosa di innato e biologico in quanto orientato alla ricerca e ingestione di “nutrienti” utili come combustibile per il nostro corpo, l’alimentazione per le sue caratteristiche comportamentali appare come sistema complesso determinato dall’interazione di più variabili, specifiche e diverse da individuo a individuo.
Quello che noi mangiamo, infatti, non ha solo un valore “nutritivo” in senso stretto (l’apporto energetico e calorico dell’alimento in sé), ma è investito di una serie di significati di cui non sempre siamo coscienti e che affondano le loro radici fin dall’infanzia, dall’apprendimento di quelle che definiamo come le nostre abitudini e la nostra educazione.
Definito in questo modo ecco che il comportamento alimentare, a differenza del nutrimento, appare come interazione di diverse variabili a partire da quelle genetiche, passando per quelle psicologiche e culturali. Qualcosa di estremamente complesso. Se così non fosse, infatti, riusciremmo a mangiare il tanto da sopperire alle richieste del nostro corpo (a nutrirci) e interrompere la ricerca e l’assunzione di cibo una volta raggiunta questa soglia.
 
Oltre il nutrimento…
Tutta l’informazione e le campagne pubblicitarie così come i media o l’accesso al Web, ci hanno inondato di elementi per riuscire a operare delle scelte alimentari adeguate o in grado di educarci a uno stile di vita sano. Nonostante questo, però, le persone continuano a fumare, a consumare zuccheri in eccesso, ad esporsi al sole senza la corretta protezione, a non bere acqua a sufficienza, a ignorare la necessità di muoversi almeno 30 minuti al giorno… insomma, senza dilungarsi, nonostante la grande informazione a nostra disposizione e nonostante la conoscenza delle “nozioni di base” per una vita sana, passare dalla teoria alla pratica appare come un passo grande e faticoso come scalare una montagna.
Questo paradossale modo di comportarsi è tipico dell’essere umano: le persone tendono alla ricerca del piacere e alla gratificazione personale senza sforzo e spesso questa ricerca, nella nostra cultura, si riversa nell’alimentazione.
Le stesse convenzioni sociali e culturali sono quelle che orientano i nostri comportamenti alimentari nella maggior parte dei casi.
Facciamo un esempio: siamo invitati a casa di amici per cena (pasto = momento ricreativo) in quanto è il compleanno del nostro amico Marco (convenzione culturale per cui quando si festeggia il compleanno lo fai coi tuoi cari/amici e mangi la torta, bevi lo spumante ecc.). Essendo una cena importante ci sarà un piccolo aperitivo per intrattenere gli ospiti prima delle portate principali (vengono consumate tartine, salatini e snack e, ovviamente un cocktail o un analcolico); segue un primo, poi un secondo con contorni a scelta. In molti amano chiudere il pasto con del formaggio, o in alternativa con frutta secca o fresca. Avremo bevuto del vino durante il pasto…. Uno o due bicchieri? Acqua? Beh, spero di sì! Ah, bisogna ricordarsi che c’è ancora la torta da mangiare e sicuramente dello spumante da stappare.
Si comincia a mangiare intorno alle 20.30 con l’aperitivo e alle 22.30 si mangia una fetta di torta con lo spumante… Vi siete accorti che avete passato quasi tre ore a mangiare? E a bere?
Se qualcuno ci chiedesse quanto abbiamo mangiato, saremmo in grado, onestamente, di dare una valutazione oggettiva delle quantità di cibo ingerito?
Questo esempio non ha l’intento di demolire le serate con gli amici da qui per i prossimi vent’anni ma semplicemente di far riflettere su quante volte abbiamo deciso di perdere peso e, con una serata come questa, siamo riusciti a vanificare dieci giorni di “rinunce” alla brioches del bar, al cioccolatino insieme al caffè, al gelato dopo cena.
Il vero problema della serata a casa dei nostri amici è che non abbiamo prestato attenzione! Non alle calorie del cibo che abbiamo consumato (anche se incidono, ovviamente!) ma al fatto che stavamo mangiando più per convenzione sociale che per necessità. Abbiamo cenato parlando, abbiamo bevuto scherzando, abbiamo terminato la lasagna nel piatto per “evitare che i padroni di casa si offendessero”, abbiamo consumato il secondo e contorno perché “mi hanno insegnato che lasciare il cibo è maleducazione”.
E il nostro corpo?
Ovviamente quando usciamo con gli amici non ci sottoponiamo a un processo alle intenzioni, tanto quanto è vero però che non sarà una singola cena con amici a determinare l’aumento drastico e inesorabile del nostro peso.
Come riuscire a gestire questi aspetti? Come possiamo “combattere” contro quelle che appaiono essere delle abitudini che inesorabilmente non riusciamo a controllare? Come possiamo educare o meglio ri-educare il nostro corpo affinché sia in grado di suggerirci quando fermarci senza frustrazioni o angosce? Come possiamo ritrovare il piacere di nutrirci e allo stesso tempo scoprire come alimentarci?
 
L’impatto emotivo del cibo
Mi sono avvicinata al mondo dell’alimentazione perché in prima persona ho visto il mio corpo cambiare, ho visto la mia mente annebbiata da sensazioni che pervadevano il mio corpo in modo irrefrenabile. Ho sentito l’euforia che si prova quando soddisfi una necessità che ti sembra impellente e ingestibile, che ti fa pensare di perdere il controllo se non la “agisci”. Ma così come ho sentito tutto questo ho anche sentito che stava diventando distruttivo e che stava nuocendo alla mia salute.
Faticoso? Si. Impegnativo? Sicuramente. Impossibile? No. Proviamo ad accogliere con un pensiero critico i messaggi pubblicitari che sponsorizzano bibite dimagranti o “pastiglie magiche perdi peso” e chiediamoci se il nostro corpo, invece, non abbia bisogno di essere maggiormente ascoltato o compreso di più. La ricerca della salute è quella che ci ripagherà nel tempo.
Per questa ragione come responsabile del Synesis Psicologia® Cagliari e come collaboratore del Synesis Psicologia®, ho definito il percorso IN FORMA…mentis!!! pensato specificatamente per le persone che hanno bisogno di un professionista della salute e della persona in grado di supportarle nelle fasi iniziali di un cambiamento complesso, sia che vogliano perdere peso, sia che abbiano la necessità di gestire un cambio della propria alimentazione a causa di patologie e/o intolleranze come celiachia o diabete mellito. Un altro aspetto centrale del mio lavoro è supportare i genitori che si trovano a over educare i propri figli ad una corretta alimentazione che, si sa, non è sempre così semplice!
 
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Riferimenti Bibliografici
Wansink, B., &quot;Mindless eating&quot;, Editrice Pisani, 2007
 
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			<title>Travel therapy: viaggio alla scoperta/cura di sè</title>
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			<description><![CDATA[<strong>Travel therapy: viaggio alla scoperta/cura di sè</strong><br />Che cos’è la travel therapy?
Viaggiare, si sa, comporta nuove esperienze, adattamenti, conoscenze, prove da superare situazioni da affrontare che  a volte comportano la messa in gioco di sé stessi o l’affiorare di parti di noi di cui eravamo, noi stessi, scarsamente a conoscenza, E allora via con la scoperta, l’introspezione e la crescita personale tanto da fare del “Viaggio” un “Viaggio dentro e con noi stessi” e a dare origine a quella nuova piccola sezione della psicologia che viene definita  “Travel therapy”. Si tratta di una sorta di  “guida” per sopravvivere ai momenti di disagio che contornano la nostra vita. È un tipo di cura rivolta a tutte quelle persone che in un dato momento della loro esistenza si sono sentite smarrite o confuse e che hanno bisogno nel presente di trovare risposte ai loro dubbi. Vengono consigliate così   gite fuori porta, itinerari, vacanze ecc. Il viaggio sembrerebbe avere un effetto benefico immediato. 
Da un’indagine condotta da Expedia e Research Now pubblicata dall’Ansa, il 31 % degli italiani afferma di sentirsi soddisfatto subito dopo averlo prenotato e il 48% dice di percepire sensazioni positive al termine del suo acquisto. Analizzando questi dati, sembrerebbe che l’effetto terapeutico della vacanza inizi nel momento in cui si effettua la prenotazione. In seguito questa sensazione di benessere, riemergerà al momento della partenza. In effetti viaggiare è una sorta di terapia psicologica volta a ritrovare sé stessi per guarire le ferite dell’anima e per superare i propri limiti; sentendosi al ritorno, pronti per affrontare un nuovo capitolo della propria esistenza. In questi percorsi volti al benessere psicologico, l’individuo comincerà a viaggiare nei meandri di sé stesso esplorando così le proprie emozioni e sensazioni per arrivare poi al traguardo: quello dell’essersi rigenerato e dell’aver trasformato e migliorato la sua qualità di vita. Dunque soltanto riconoscendo i propri limiti, saremo pronti finalmente al cambiamento.
Chi è il travel therapist?
Il Travel Therapist è una figura professionale ancora in fase di definizione che più che a un singolo fa riferimento a un lavoro in sinergia tra professionista psicologo e altra figura deputata agli aspetti più tecnici del viaggio. Travel Therapist è infatti, sia lo psicologo professionista che, in primis, ascolta, analizza e filtra i bisogni e le necessità del paziente, mettendole in relazione con la sua struttura di personalità per sondare la tipologia di viaggio più adeguato, sia un’altra figura definita “Tecnico del viaggio”, può essere un ex viaggiatore, uno sportivo o un esploratore, ma in ogni caso una è quella  figura con esperienza particolarmente concreta nell’organizzazione di viaggi , in grado da un lato di assistere e comprendere la sofferenza di quella determinata persona, e dall’altro di interpretare le esigenze e le aspettative dell’individuo. Questo tipo di esperto mettendo al primo posto il benessere del paziente, lo aiuterà nella progettazione dell’itinerario. Non è importante il tempo del soggiorno quanto più il percorso interiore che inizia nel momento si è lontani dalla solita routine stressante poiché viaggiare purifica l’anima e la mente.
Piccoli consigli 
Partendo dal presupposto che il viaggio lo si sta progettando per se stessi, la scelta della meta sarà dunque un momento delicato poiché sbagliando destinazione, si rischierebbe di tornare ancora più stressati  e confusi di prima. Ecco perché tornando a quanto detto sopra, il travel therapist aiuterebbe a fronteggiare questo primo problema. Non è detto che si debba scegliere in assoluto destinazioni esotiche.  Se ad esempio un posto in cui si è soliti andare, evoca delle belle sensazioni, potrebbe essere il punto di partenza e il luogo ideale in cui tornare in questo momento di smarrimento.
Quello da tenere a mente è che bisogna porre al centro della travel-therapy,  il proprio benessere. Una volta scelta la destinazione, il viaggio sarà un buon punto di partenza per una nuova trasformazione dell’anima e della psiche e per poter godere appieno tutti i momenti dall’inizio alla fine.
Sarebbe buona cosa avere con sè un block notes e delle matite colorate per poter annotare e rappresentare tutte le emozioni, sensazioni e pensieri che accompagnano l’esperienza del viaggio.  Cercare di preferire ciò che potrebbe essere fonte di curiosità e interesse partendo dalle proprie passioni. C’è bisogno di individuare un obiettivo e cercare di perseguirlo  organizzando ad esempio cammini, corsi o attività sportive che abbiano come fine quello di raggiungere una meta.
L’importante è sapere che non esistono delle regole fisse poiché il viaggio rimane un’esperienza soggettiva . Tornerà utile ad esempio, acquistare un souvenir della vacanza che possa ricordare il momento difficile che si è attraversato ma da cui si è guariti. Un oggetto che rievochi tutte quelle sensazioni ed emozioni e che sarà capace di riportarti a quei momenti tutte le volte che lo vorrai o che avrai bisogno. Come una sorta di amuleto.  Tornato poi da questo tipo di esperienza ti accorgerai di aver vissuto appieno ogni istante di questo percorso.
Pronti, partenza e VIA!
Zaino in spalla, Mente aperta , naso fuori dalla porta.
Comprendere di cosa tratta la travel therapy non è mai così completo come viverla direttamente in prima persona, alla ricerca  di sé e di nuove esperienze con l’appoggio  del professionista che ti aiuterà a raggiungere la meta interiore ovvero quella di avere più consapevolezza di sé stessi e amore verso di sé . Il miglior modo di apprezzare un viaggio è quello di imparare ad accettarsi e di aprirsi al mondo e alla gente.
Del resto “ il vero viaggio di scoperta non consiste nel vedere nuove terre ma nell’avere nuovi occhi” (M. Proust)
 
 
Riferimenti bibliografici 
Bonori, V. Viaggiare da soli, alla scoperta di se stessi, http://www.eticamente.net/32411/viaggiare-da-soli.html?refresh_ce
Brunini B. , 2011 Travel therapy, Morellini , Milano
Corazza, I. &  Ropa, G. (2015), Viaggio nell’evoluzione dello spazio umano, National Geographic
Demicheli, A.G. (2015) Inconscio va in automobile. Un viaggio alla scoperta della personalità. Jouvence
Yehoshua, A. (1999), Viaggio alla fine del Millennio, Einaudi
 ]]></description>
			<guid isPermaLink="false">http://www.centrosynesis.it/1/travel_therapy_viaggio_alla_scoperta_cura_di_se_11487383.html</guid>		</item>
		<item>
			<title>Hangover-zone: dal â&amp;euro;œsensation seekingâ&amp;euro;� al â&amp;euro;œgray rapeâ&amp;euro;�.</title>
			<link>http://www.centrosynesis.it/1/hangover_zone_dal_sensation_seeking_al_gray_rape_11523250.html</link>
			<description><![CDATA[<strong>Hangover-zone: dal “sensation seeking” al “gray rape”.</strong><br /> 
 
 
 
 
 
Sabato sera 2.0
Una vodka redbull. Uno sbagliato. Fammi fare due tiri. Due shots di sambuca. La serata ora può cominciare:
andiamo a ballare.
È questo il copione che spesso si mette in scena nei weekend dei più giovani, ormai troppo spesso
giovanissimi.
Non bisogna, dentro e fuori dalla metafora, fare di tutta l’erba un fascio, ma non si consideri questa una realtà di nicchia: l’European School Survey Project on Alcohol and other Drugs condotto in Italia ha evidenziato che 84% degli studenti ha bevuto alcolici almeno una volta nella vita. E le dichiarazioni dei ragazzi agli sportelli di counseling lo confermano in toto ( 8 secondarie di secondo grado tra le 25 scuole sulle 4 province lombarde di MB, MI, LC e BG raggiunte dall’equipe di Synesis® Psicologia , con servizi psicopedagogici e diverso titoli e contenuto).
 
La situazione in Italia
Un dato non sconvolgente se si considera come l’adolescenza sia di per sé caratterizzata dalla ricerca di una nuova identità, di nuove esperienze e sensazioni che aiutino a costruire una nuova immagine di sé più ricca e articolata.
Proprio in questa fase la sperimentazione è fondamentale, perché permette di ampliare le proprie esperienze e
conoscenze oltre che di ridefinire le proprie competenze e i propri limiti.
Tuttavia, dall’indagine emerge un ulteriore dato, ben più preoccupante: il 34% di questi ragazzi racconta uno o
più episodi di binge drinking.
Questo termine significa letteralmente “abbuffata alcolica” e consiste nell’assunzione di 5 o più bevande alcoliche, lontane dai pasti, in un breve intervallo di tempo; spesso si beve in compagnia, fino ad ubriacarsi, a stare male.
I racconti del sabato sera dei soccorritori del 118 fanno riflettere: autoambulanze che sfrecciano da un locale all’altro per assistere giovani svenuti per terra, intossicati dall’etanolo, con la respirazione che si blocca e il cuore che rischia di fermarsi se non ci fosse nessuno a soccorrerli.

Le sostanze
Non solo alcol. Secondo il sovra citato studio infatti, oltre un terzo degli studenti ha sperimentato almeno una
sostanza illecita nella vita tra cannabis, cocaina, eroina, allucinogeni e/o stimolanti. Di questi l’85% ha assunto una sola
sostanza e circa il 15% può essere considerato policonsumatore.
Il consumo di alcolici e di cannabis è fortemente intrecciato ai momenti di aggregazione sociale: esso comunica il proprio senso di appartenenza al gruppo, anche attraverso una serie di rituali condivisi, e riduce le inibizioni facilitando la condivisione e lo scambio.
L’effetto delle sostanze può aiutare a fondersi nel gruppo, perdendo confini della propria identità oppure, all’esatto opposto, permette di differenziarsi dei membri del gruppo, assumendo il ruolo del duro e trasgressivo.

Abituati all’iperstimolazione
A questo si aggiunge il fatto che gli adolescenti di oggi sono immersi più che mai in quella che Bauman definì
“società liquida”, dove il concetto di comunità soccombe ad un individualismo sfrenato, in cui l’altro non è più un
compagno ma un nemico da cui guardarsi. Il climax di questo soggettivismo ha generato una società fragile, scevra di
punti di riferimento stabili, in cui tutto si dissolve per l’appunto in una liquidità: di valori, di certezze, di realizzazione personale, professionale e familiare.
La soluzione per un adolescente senza punti fermi diventa affidarsi all’apparire a tutti i costi, all’apparire come
valore e al consumismo.
Abituati ad un’iperstimolazione costante e ad un mordi e fuggi esperienziale, i giovani ricercano continuamente nuove esperienze (da qui, il già noto termine “sensation seeker” ovvero ricercatore di condizioni rischiose, coniata da Zuckerman nel lontano 1978), il cui interesse si esaurisce con la stessa velocità con cui si era presentato. La fuga dalla noia diventa quindi un bisogno impellente e la ricerca di sensazioni, talvolta del pericolo puro, pure.

Le possibili conseguenze
La ricerca della distrazione, del piacere, del divertimento e dell’iperstimolazione è ciò che regola il tempo libero della maggior parte dei giovani, consentendo loro di fuggire dal senso di vuoto pervasivo.
Ed ecco che assumere sostanze diventa una strategia di coping di evitamento del problema che permette di controllare gli stati dell’umore egodistonici (cioè che ci fanno stare male creando “distonia”=disagio), quali ansia e depressione. Sballandosi si riesce a vivere la temporanea illusione di essere adeguato alle aspettative e alle richieste
della propria famiglia, degli amici e del contesto sociale, avvicinandosi quindi all’immagine di sé ideale.
Tuttavia, gli adolescenti s’avvicinano all’uso di sostanze non sempre consapevoli degli effetti e delle conseguenze che queste avranno su di sé ma forti del desiderio di sperimentarsi.
Le sostanze psicoattive sono in grado di influenzare il piacere, l’umore, le emozioni, il desiderio, l’apprendimento, la memoria, la capacità di giudizio e la volontà. Spesso si sottostimano le profonde alterazioni indotte dall’abuso di sostanze sul sistema nervoso, capaci di danneggiare in particolare il sistema neuropsicologico di chi, come gli adolescenti, si trova ancora in una fase di maturazione cerebrale, che si completa solo intorno ai 20-21 anni di vita.
Pensando sul breve termine, la spregiudicatezza offerta dall’alcool e dalle droghe favorisce la messa in atto di comportamenti pericolosi: guida in stato di ebbrezza, rischio di coma etilico, maggiore aggressività e propensione ad agiti
violenti, aumento di disinibizione sessuale.
Negli Stati Uniti si è arrivati alla formulazione del termine “gray rape” (ndr “stupro grigio”) per indicare quelle decisioni
ed esperienze sessuali sperimentate sotto l’effetto di stupefacenti che si rimpiange di aver compiuto.
Rimorso che può trasformarsi anche in tormento, complice anche la possibilità di immortalare il tutto con uno
smartphone, e naufragare nel cyberbullismo.

Conclusioni
Sembrerebbe quasi che la sperimentazione di sostanze psicoattive sia ormai una componente fisiologica del
processo di crescita, vista la ridotta percentuale di astinenti totali: ad oggi quindi la questione più frequente non è se un
adolescente deciderà di approcciarsi alle sostanze, ma come deciderà di farlo. 
 Questa decisione è la prima porta d’ingresso ai diversi percorsi evolutivi, che possono fermarsi alla sperimentazione o degenerare in consumi più problematici.
Occorre quindi badare a questi ragazzi, offrendo loro un modello di comportamento positivo ed esprimendo con fermezza la disapprovazione verso determinati comportamenti: un’iniziale tolleranza va a legittimare implicitamente, aumentando così la possibilità dell’abuso.
È essenziale un adeguato monitoraggio dei figli; non si intende qui intrusività o curiosità, quanto essere sempre a
conoscenza delle attività dei figli, sia domestiche che extradomestiche, sui luoghi e sulle persone che frequentano anche
fuori dal contesto familiare.
È importante sostenere uno stile educativo autorevole contraddistinto da regole chiare, che devono essere spiegate e
rispettate. Uno stile genitoriale coerente ed un elevato coinvolgimento nella attività e negli ambiti di sviluppo dei figli sono
quindi solitamente associati a bassi livelli di utilizzo di sostanze.
Un accompagnamento psicologico, di tipo non terapeutico ma supportivo che sappia fare da contenimento e
modellamento, come ormai in molti istituti scolastici si fa di default e “a tappeto”, non guasterà. Meglio se con specialisti
del campo in equipe specializzata.

Riferimenti bibliografici
Belenko, S., & Dembo, R. (2003). Treating adolescent substance abuse problems in the juvenile drug court.
International Journal of Law and Psychiatry, 26, 1, 87-110.
Di Lorenzo, M. (2014). Antisocialità e abuso di sostanze. In A. Maggiolini (Ed.), Senza paura senza pietà.
Valutazione e trattamento degli adolescenti antisociali (pp. 149-170). Milano, Italia: Raffaello Cortina Editore
Dishion, TJ., McMahon, R. Parental monitoring and the prevention of child and adolescent problem behavior: a
conceptual and empirical formulation; Clin Child Fam Psychol Rev., 1998 Mar;1(1):61-75.
EMCDDA/ESPAD. (2016). ESPAD Report 2015 — Results from the European School Survey Project on Alcohol and
Other Drugs.
Maggiolini, A. (2014). Senza paura senza pietà. Valutazione e trattamento degli adolescenti antisociali. Milano:
Raffaello Cortina Editore.
https://www.quotidiano.net/magazine/zygmunt-bauman-societa-liquida-1.2806516
Ripamonti, C. (2011). La devianza in adolescenza. Bologna: Il Mulino.
http://www.stateofmind.it/2014/05/binge-drinking-psicologia/
 
Dott.ssa Passoni Flavia Ilaria (Psicologa, Psicoterapeuta, Dir. Scientifico di Synesis Psicologia®)
Dott.ssa Villa Alice (Dottoressa in Psicologia)
Dott. Verza Stefano (Dottore in Psicologia)]]></description>
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			<title>Psicologia Pret A Porter: come evitare le liste di  attesa dei servizi pubblici</title>
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			<description><![CDATA[<strong>Psicologia Pret A Porter: come evitare le liste di  attesa dei servizi pubblici</strong><br /> 
 
 
Il ruolo dello psicologo per l’immaginario collettivo
Da sempre il ruolo dello psicologo è circondato da un alone di mistero, da leggende al limite del magico e del fantascientifico. Spesso si hanno delle perplessità nel rivolgersi allo psicologo e si tende contemporaneamente ad ignorare i sintomi emotivi in favore di quelli fisici: solo una piccola percentuale di persone (il 41%!!) affette da qualche disturbo decide di rivolgersi allo psicologo. Si ha paura dello stigma, del mostrare le proprie paure, emozioni e debolezze. In una società in cui vince il più forte, mostrare il proprio lato tragico è visto come deleterio, come l’anticamera della distruzione. E così si tende a nascondersi, a non farsi aiutare a vivere sperando che prima o poi il disagio scomparirà da solo. E questo accade solo raramente, per non dire mai. Inoltre, qualora si decidesse di rivolgersi a un professionista della mente si dovrebbe fare i conti con altri due fattori: economici prima di tutto, di disponibilità secondariamente; in quanto se un individuo decide di rivolgersi ad uno studio privato lo fa con la consapevolezza dei costi sicuramente più elevati rispetto ai servizi pubblici, e non sempre e non tutti ne hanno la possibilità. Così ci si rivolge ai servizi pubblici, ai consultori o ai CPS, presenti in minima parte sul territorio e quasi sempre saturi di richieste. Si può arrivare ad aspettare mesi prima di avere un appuntamento per poi magari non trovare il feeling necessario con il terapeuta, senza di contro potersi permettere di cambiare studio. Una situazione complicata che affonda le radici in motivazioni economiche, sociali, morali e purtroppo... concrete.

Un’idea innovativa
Dal 2009 è partito un progetto pilota, curato da Enrico Molinari, presidente dell’ordine degli psicologi della Lombardia, in alcune farmacie di Milano in cui sono stati aperti una serie di sportelli di aiuto psicologico così da facilitare chi, per motivi
economici, lavorativi o anche di non consapevolezza non ha la possibilità di rivolgersi ad un consultorio o a uno studio psicologico privato. Molte persone sono affette da un qualche disturbo o disagio: da un articolo del corriere della sera del 9 dicembre 2012 (pg 47) è emerso che il 20% dei giovani tra il 18 e i 24 anni ha difficoltà di vita, il 72% di quelli tra i 25 e i 34 avverte problemi esistenziali; di questi solo una piccola parte si rivolge a uno psicologo cercando aiuto per risolvere i propri problemi: l’obiettivo del progetto è proprio quello di permettere a chiunque di rivolgersi ad uno psicologo senza “intasare pronto soccorsi o CPS” [Corriere della sera 09/12/2012 pg. 47]. 7 intervistati su 10 sono favorevoli alla
compresenza di servizi medici e psicologici e il progetto non ha che d’essere considerato riuscito!
Un altro importante progetto è quello a cui hanno aderito una serie di studi della Lombardia, la psicologia sostenibile! La psicologia sostenibile è un’iniziativa rivolta ai nuovi pazienti in cui si dà agli stessi la possibilità di usufruire di un colloquio psicologico-clinico a tariffe agevolate (solitamente al 50% o 60% in meno dell’ordinario). Anche il Synesis ®, un centro di psicoterapia, consulenza psicologica e ipnosi clinica sito in Carnate, ha aderito all’iniziativa offrendo da un minimo di 3 fino a un massimo di 5 sedute a meno della metà delle tariffe quotidiane, limitatamente ai professionisti aderenti e ai periodi previsti per la promozione. Prezzi agevolati in un contesto privato accogliente in cui l’utente può sentirsi seguito dall’inizio alla fine del suo percorso e che mira ad un target di persone meno abbienti e spesso giovani che potrebbero avere meno possibilità di rivolgersi al privato per questioni di mancanza di lavoro o guadagni non sufficienti. Servizi privati a tariffe da ente pubblico!
Un progetto anche nel sindacato
Anche il sindacato sembra essere sulla vita giusta! Dal 25 gennaio del 2014 è in corso un progetto che prevede la
presenza di psicologi a sostegno della cittadinanza, in particolare rivolto ai genitori che hanno una serie di problemi con i
figli, siano essi adolescenti, neonati o in età scolare. Il progetto nasce da Corrado Mandreoli che ha compreso le difficoltà dei suoi dipendenti nella gestione del tempo tra casa e lavoro, che è stato in grado di ascoltare gli stessi parlandogli di come le problematiche lavorative ricadano spesso sulla famiglia, sulla qualità del tempo trascorso assieme e sull’umore collettivo. L’idea di aprire una serie di sportelli nell’edificio di Porta Vittoria ogni sabato mattina (previo appuntamento telefonico) è ciò che Mandreoli spera possa aiutare i suoi colleghi: prendere contatto con i professionisti del campo, ascoltarli e risolvere i problemi più lievi e che necessitano di un unico confronto con una figura professionale oppure orientarli e indirizzarli in caso di necessità più importanti. Un altro modo per aiutare chiunque non ha il tempo, le possibilità economiche, la consapevolezza o “il coraggio” di rivolgersi direttamente a uno psicologo operante in uno studio, sia esso pubblico o privato.

Cosa potrebbe cambiare
Il proporre una visita psicologica affianco ad una consultazione medica potrebbe sicuramente aiutare a lavare gli psicologi dallo stigma di maghi che da sempre li circonda, metterebbe la disciplina sullo stesso piano di quella medica contribuendo ad indirizzare le persone ad un aiuto concreto per i casi più gravi e risolvendo in prima battuta i disagi più lievi.
Per quanto riguarda i lunghi tempi di attesa, si auspica in una netta riduzione essendo gli psicologi a disposizione molti di
più di quanti ne possa ospitare un consultorio (si pensi al numero di farmacie, studi medici e ospedali presenti sul territorio a confronto al numero di consultori!).
A livello economico si ridurrebbero i costi per le tasche del singolo paziente il quale sarebbe sicuramente più propenso a farsi aiutare e meno incline a cedere alle dicerie sul ruolo degli psicologi. Inoltre, il fatto di avere una così ampia presenza di psicologi sul territorio, nelle farmacie o negli studi medici, negli ospedali e in qualunque ente pubblico possa averne bisogno, porterebbe tantissimi giovani a considerarli come una qualsiasi altra figura sanitaria, a cui è normale rivolgersi in caso di necessità. La presenza di psicologi sul territorio nazionale potrebbe aprire la mente di ogni persona e nessuno più temerebbe le conseguenze sociali del “ah, vai dallo psicologo?”

Conclusioni
Concludendo è utile ribadire come l’aprire uno spazio alla psicologia a fianco dei servizi medici possa non solo contribuire a togliere lo stigma insito nella psicologia ma anche a spingere a rivolgersi a un servizio psicologico le persone ancora titubanti nel farlo, che ancora non considerano importanti i disagi psicologici, o che addirittura pensino non ci sia cura. A livello economico si ridurrebbero i costi e a livello pratico i tempi di attesa. Insomma, ci sarebbero risvolti positivi per ogni individuo in ogni ambito, economico, morale, di tempi di attesa e di facilità nel trovare servizi territoriali vicini a sé. Speriamo che i precedenti progetti diventi al più presto normalità e che non sia più così difficile
mettere sullo stesso piano di importanza la salute psicologica con quella fisica.
Riferimenti bibliografici
La Eepubblica – 28 dicembre 2013 Pg. IV
Corriere della sera – 9 dicembre 2012 Pg. 47
https://www.federfarma.it/Edicola/Ultime-notizie/16-01-2018-09-29-41.aspx
http://www.farmaciaepsicologia.it
https://www.opl.it/progetto/Progetto-Nuova-Rete-di-Psicologia-Sostenibile-
https://www.solidare.it/cosa-facciamo/a-solidare/una-psicologia-sostenibile
http://aforisticamente.com/wp-content/uploads/2016/06/psicologia3.jpg (immagine)
 
 
Dott.ssa Passoni Flavia Ilaria (Psicologa, Psicoterapeuta, Dir. Scientifico di Synesis Psicologia®)
Dott.ssa Sarti Alice (Dottoressa in Psicologia)]]></description>
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			<title>Ansia: si combatte anche a tavola!</title>
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			<description><![CDATA[<strong>Ansia: si combatte anche a tavola!</strong><br />Mens Sana in Corpore Sano
Orandum est ut sit mens sana in corpore sano.
Una mente sana in un corpo sano, ecco di cosa Giovenale pregava gli Dei. Aristotele lo anticipò di quattrocento anni con la semplice ma fondamentale idea che corpo e anima possano crescere e svilupparsi soltanto se in sinergia tra loro.
Quindi non solo non bisogna affaticare eccessivamente la mente a danno della salute fisica, ma anche l’esercizio fisico è indispensabile per l’efficienza della facoltà intellettuale e spirituale.
Chissà gli antichi cosa intendevano per Mens Sana... Chissà cosa determinava una Mens Aegra (ndr mente malata)... Chissà se gli Antichi erano stressati...
 
 
Stress e i suoi sintomi
Nell’Occidente contemporaneo la frase “forse sono troppo stressato” è probabilmente il trait d’union della maggior parte delle conversazioni. Ma cosa significa essere stressato?
Lo stress è una risposta psicofisica (attenzione: psicologica e fisica) che l’organismo mette in atto per rispondere a compiti che vengono vissuti come eccessivi e/o soverchianti.
I principali sintomi di stress sono di tipo comportamentale, emozionale, cognitivo e fisico.
Stanchezza, mal di testa e capogiri, lombalgia, indigestione, tensione nel collo e nelle spalle, dolore allo stomaco, tachicardia, agitazione, problemi di sonno, problemi sessuali: questi sono dei segnali forti e chiari che il nostro corpo ci invia per segnalare il carico eccessivo.
Eppure spesso li ignoriamo, mettiamo a tacere la ramanzina che il nostro organismo ci sta facendo liquidandolo con “Sono stanco, sono solo un po’ stressato”.
Mettiamoci invece a chiacchierare con il nostro corpo e ad aiutarlo un po’: rallentiamo i ritmi, dedichiamoci più tempo e nutriamoci consapevolmente.
 
 
Carenze nutritive
Troppo impegnati nel mangiare o nell’assumere calorie ci dimentichiamo di nutrirci, di dare nutrimento al nostro corpo, secondo un’adeguata “Psicologia dell’Alimentazione”
Un’adeguata gestione di un periodo stressante non può prescindere da un occhio anche all’alimentazione. Questo perché lo stress può causare, oltre agli altri danni psicobiologici, anche  l’aumento di radicali liberi, principali responsabili del danneggiamento cellulare, e il rapido esaurimento di determinate sostanze nutritive.
Contemporaneamente la carenza di determinati nutrienti può provocare danni psicologici come la perdita di memoria, affaticamento mentale e instabilità emotiva.
 
Alimentazione consapevole
Occorre quindi aggiungere alla dieta più soppressori di radicali liberi quali: vitamine E, C, A, B1, B5, B6, minerali zinco (Zn) e selenio (Se), amminoacidi cisteina, glutatione, fenolici e catecolaminici, bioflavonoidi.
Gli integratori alimentari sono un valido strumento per colmare delle carenze nutrizionali; questi però devono essere assunti in quantità limitata, entro limiti definiti Upper Safe Level e secondo le indicazioni di specialisti per non incorrere in effetti collaterali e stati ipervitaminosi.
Tutte queste sostanze possono essere molto più semplicemente assunte attraverso un’adeguata alimentazione. Di seguito un elenco di nutrienti, valutati in equipe da nutrizionisti e professionisti della salute mentale, da non far mai mancare nella nostra dieta per avere benefici effetti psicologici:
 
Vitamina B1
-       Essenziale per mantenere efficienti muscoli e sistema nervoso nonché produrre energia;
-       Presente in ceci, fagioli, salmone e lievito di birra.
Vitamina B3
-       Fondamentale per la produzione degli ormoni sessuali e capace di attenuare lo stress;
-       Presente in cereali integrali, carni bianche, albicocche e banane.
Vitamina B9
-       Capace di stimolare la serotonina, una sua carenza cronica può determinare l’insorgenza di sintomi simil depressivi;
-       Presente in spinaci, broccoli, asparagi, lattuga, fagioli, kiwi, fragole, arance, mandorle e noci.
Vitamina B12
-       Una sua carenza può determinare stanchezza psicofisica, problemi di memoria, formicolii agli arti;
-       Presente in pesce, crostacei, e  carne, da assumere con moderazione per evitare, al contrario, altri effetti non desiderati a livello fisico e psicologico.
Vitamina E
-       Contrasta i radicali liberi e l’invecchiamento cerebrale;
-       Presente in oli vegetali, patate dolci, cavolo, nocciole e verdure a foglia verde.
Magnesio
-       Se insufficiente si possono manifestare sbalzi di umore, aritmie e crampi muscolari;
-       Presente in frutta secca, latticini non grassi, soia e lenticchie.
Zinco
-       Fondamentale per il mantenimento della membrana neuronale, la sua assenza può provocare affaticamento, agitazione e riduzione dei riflessi;
-       Presente in latticini, carne rossa e ostriche, da assumere con moderazione per evitare, al contrario, altri effetti non desiderati a livello fisico e psicologico.
In linea generale, il presupposto per una dieta “anti-stress” è la combinazione di pasti leggeri e poco laboriosi ed un piano alimentare il più possibile sano e diversificato con prevalenza di alimenti vegetali, frutta fresca e secca, e legumi.
 
 
Pisco Training: la ginnastica della mente
Il sovracitato detto di Giovenale viene spesso attualmente travisato: mens sana in corpore sano non significa che se la mia settimana lavorativa è stata estenuante allora dovrò correre la maratona nel weekend per ricaricare le batterie.
Al contrario, per dar sollievo ad una mente e ad un corpo sovraeccitati sono da prediligere training autogeno, meditazione e distensive passeggiate all’aria aperta a contatto con la natura, sono i nuovi “psico Training” da provare!
 
 
Conclusioni 
Quattro ore di traffico automobilistico per raggiungere una meravigliosa spa e un pasto pantagruelico con entrée di Maalox non è ciò che chiede un corpo stressato.
Concediamoci del tempo, dello spazio e della cura per noi stessi non come un punto da aggiungere alla lista di cose da fare ma come tempo libero da dedicarci consapevolmente. Non resta che provare, da soli con l’aiuto degli esperti.
 
Riferimenti bibliografici 
Fairburn CG. Cognitive behavior therapy and eating disorders. New York: Guilford Press; 2008.
Kessler, DA (2009), The End of Overeating: Taking Control of the Insatiable American Appetite
Poulsen S, Lunn S, Daniel SI, et al. A randomized controlled trial of psychoanalytic psychotherapy or cognitive-behavioral therapy for bulimia nervosa. Am J Psychiatry. 2014;171(1):109-116. 
Wansink, B., &quot;Mindless eating&quot;, Editrice Pisani, 2007
 
Autori
Dott.ssa Passoni Flavia Ilaria (Psicologa, Psicoterapeuta, Dir. Scientifico di Synesis Psicologia®)
Dott.ssa Villa Alice (Dottoressa in Psicologia)]]></description>
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			<title>Adolescenti &amp; autolesionismo: il meccanismo di una logica perversa</title>
			<link>http://www.centrosynesis.it/1/adolescenti_autolesionismo_il_meccanismo_di_una_logica_perversa_11414763.html</link>
			<description><![CDATA[<strong>Adolescenti &amp; autolesionismo: il meccanismo di una logica perversa</strong><br />Il dolore che provo è così forte che non riesco a sopportarlo … ma lo posso trasformare … quando si trasforma in tagli o bruciature, allora sì … quello è un dolore che posso gestire!”
Così una ragazza di soli 14 anni ci descrive il suo dolore e la strategia da lei adottata per riuscire a superarlo.
L’autolesionismo è un fenomeno nascosto ma molto diffuso, soprattutto tra gli adolescenti italiani e non.
In questo breve articolo vengono introdotti i principali riferimenti al tema, illustrando sinteticamente il complesso meccanismo sottostante al comportamento patologico e le principali e utili strategie di intervento..
 
What about self-injury?
Sono molti gli adolescenti, in particolare le femmine, che si servono di questo peculiare modo di gestire un dolore emotivo. Adolescenti spaventati, permeati da sensazioni di solitudine e tristezza che li portano ancor più ad isolarsi, a nascondere il proprio dolore così come le ferite fisiche auto-inflitte che si procurano nella speranza di “far uscire il dolore dal corpo”.
Sollievo però effimero quello da ferite fisiche, che difatti si affievolisce prontamente: così, un taglio dopo l’altro, il dolore si amplifica, diventa più forte e diviene, molto spesso, inconfessabile.  Sono molti quelli che lo fanno, ma pochi gli adolescenti che rivelano questi “rituali” agli amici confidenti, ancora meno chi ne parla in famiglia. 
Il meccanismo perverso di una logica (apparentemente) incomprensibile
L’adolescenza è di per sé una fase della vita molto delicata, un momento in cui le emozioni si amplificano e ognuno si trova a dover fare i conti con le proprie paure, con la rabbia, con la tristezza e anche con la vergogna. Così succede, purtroppo, che molti ragazzi iniziano a tagliarsi per imitazione, per provare, o semplicemente perché in quel momento non intravedono strategie migliori per gestire l’esplosione emotiva delle proprie sensazioni e allora diventa più comodo “buttarle fuori” perché vedere il proprio dolore circoscritto in una ferita evidente lo rende qualcosa di esterno, “identificabile e padroneggiabile”, piuttosto che un oscuro meccanismo interiore, soffocante quasi fino alla morte. Compito di genitori ed educatori è quello di mostrare ai ragazzi dei modi più sani e corretti per divenire consapevoli delle proprie emozioni; delle modalità efficaci per provare a comprenderle e gestirle, ossia per diventarne padroni senza lasciarsi travolgere da esse.
La maggior parte dei ragazzi autolesionisti mostra scarsa accettazione di sé e lamenta una vita permeata da solitudine e difficoltà di comunicazione; molti di loro dichiarano di non sapere in che altro modo poter far fronte al loro dolore, tanto che anche solo dar voce a quel dolore li spaventa. Tuttavia la prassi psicologica ci rivela che molto spesso comunicare questo disagio, sentirsi accolti e ascoltati nella propria sofferenza, vivere un’esperienza empatica riguardo il proprio malessere, diminuisce significativamente questo comportamento aprendo così la strada ad una profonda crescita personale nel raggiungimento del proprio benessere. 
Adolescenti & autolesionismo, l’aiuto possibile: cosa fare e cosa evitare?
Il primo passo, come sempre, è la consapevolezza del problema. I ragazzi che mettono in atto comportamenti autolesionistici devono, quindi, riconoscerli come disfunzionali per la loro vita e devono attivare una serie di strategie utili per affrontarli:

Cercare gruppi di sostegno
Praticare uno sport, un hobby o una tecnica di meditazione (es. yoga)
Condividere il problema con familiari e amici
Liberarsi degli strumenti utilizzati per ferirsi
Chiedere aiuto a un esperto dell’età evolutiva
Fare una lista delle azioni alternative da compiere al posto di ferirsi, ogni qualvolta si avverte lo stimolo.

 
Cosa è possibile fare invece per un genitore che deve affrontare l’autolesionismo del proprio figlio? È importante non lasciarsi prendere dal panico e incoraggiare un dialogo che permetta al ragazzo di riconoscere il problema, cercando insieme strategie alternative per gestire il dolore emotivo. Indispensabile è sempre l’ascolto: dietro un adolescente che si taglia c’è un adolescente che si sente trascinato da un fiume in piena di emozioni e sensazioni che non è in grado di gestire.  Chi desidera aiutarlo deve tenere a mente tutto questo e offrirgli, per iniziare, un orecchio disponibile e non giudicante, pronto ad arginare, insieme, quel fiume in piena.
Al contrario, ci sono errori molto comuni che andrebbero evitati:

Far finta di nulla o minimizzare 
Preoccuparsi eccessivamente, “ingigantire” il problema
Colpevolizzare il figlio per questo suo comportamento (“Con tutto quello che facciamo per te”)
Colpevolizzare se stessi (“Cosa ho sbagliato?”)
Controllare continuamente i polsi o altre zone 
Chiedere e pretendere spiegazioni logiche/razionali

Conclusioni
L’autolesionismo, così come altre traiettorie evolutive devianti, è innanzitutto la manifestazione di una profonda sofferenza interiore, e come tale va rispettato ed affrontato con una “risoluta delicatezza”. È fondamentale non chiudersi in se stessi, non rimanere isolati, ma cercare il supporto di persone fidate, come amici e familiari, e di professionisti dell’ambito psicologico. Questo vale sia per i diretti interessati che per le loro figure di riferimento (genitori, insegnanti e amici); la vergogna e il senso di colpa sono nemici da rifuggire in quanto inibiscono il confronto, conducono all’isolamento e tendono a dipingere come insormontabile una situazione che, invece, nasconde ancora tante porte aperte al futuro.
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Riferimenti bibliografici
American Psychiatric Association (2000). Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali, ed. rivista (DSM-IV-TR). Tr. It. Masson, Milano (2002).
American Psychiatric Association (2013). Criteri diagnostici Mini DSM-5, Ed. It., Milano, Raffaello Cortina Editore (2014).
“Why do the lonely stay lonely? Chronically lonely adolescents’ attributions and emotions in situations of social inclusion and exclusion,” Vanhalst, J., Soenens, B., Luyckx, K., Van Petegem, S., Weeks, M. S., & Asher, S. R. Journal of Personality and Social Psychology, November 2015.
“Autolesionismo. Cosa deve fare un genitore quando scopre che il figlio è autolesionista?” di Maura Manca (Psicoterapeuta, Presidente Osservatorio Nazionale Adolescenza), 21 giugno 2016
 
 
Dott.ssa Passoni Flavia Ilaria (Psicologa, Psicoterapeuta, Dir. Scientifico  di Synesis Psicologia®)
Dott.ssa Brambilla Veronica (Psicologa clinica, esperta in counselling scolastico)
Dott. Verza Stefano Clemente (Dottore in Psicologia)]]></description>
			<guid isPermaLink="false">http://www.centrosynesis.it/1/adolescenti_autolesionismo_il_meccanismo_di_una_logica_perversa_11414763.html</guid>		</item>
		<item>
			<title>CHOCO_ADDICTION esiste davvero? Neuropsicobiologia del cioccolato</title>
			<link>http://www.centrosynesis.it/1/choco_addiction_esiste_davvero_neuropsicobiologia_del_cioccolato_11566588.html</link>
			<description><![CDATA[<strong>CHOCO_ADDICTION esiste davvero? Neuropsicobiologia del cioccolato</strong><br />Uova, ovetti pulcini , coniglietti è tutto una schiera di gadget per più o meno golosi iniziano farsi largo nelle nostre borse sullo nostre tavole in  attesa della Pasqua. Associazione piu o meno commerciale che nulla conserva del profondo significato religioso sotteso a questa senza festa, ma indipendentemente dalle credenze di ciascuno, ci permette di uscire dagli schemi per interrogarci,  una volta tanto, non sulla modalità più o meno consone di festeggiare, ma sul perché il classico uovo di Pasqua, o cioccolato in generale,  tanto attira la nostra gola e la nostra psiche.


I meccanismi che regolano la  dipendenza da cibo sono ben entrati da un articolo uscito ormai nel lontano 2004 (Stefano Palanti &quot; una dolce dipendenza&quot;).


&quot;Qualcuno ha scelto il cibo come semplice momento di soddisfazione dei propri sensi. I centri di controllo dell’alimentazione sono localizzati nell’ipotalamo: nel nucleo ventro-mediale si trova il centro della sensazione di sazietà, il nucleo laterale regola l’assunzione di cibi. L’attività dei centri è coordinata da stimoli periferici: dilatazione gastrica, colecistochinina, somatostatina, calcitonina, insulina e glucagone.
Tali segnali sono elaborati a livello del cervello tramite l’attività dei neurotrasmettitori: monoamine e neuropeptidi. (…).
Nelle situazioni normali, mangiare è un’azione modulata dal ciclico alternarsi di fame e sazietà: la fame si sviluppa lentamente e periodicamente e, se non si è nelle condizioni di soddisfarlo, il desiderio di cibo aumenta, ma non ci sono condizionamenti delle attività in atto né compaiono segnali di stress o di bramosia ossessiva.
La dipendenza da cibo (food addiction) ha un percorso diverso: il desiderio (craving) di cibo spinge a mangiare; dopo aver mangiato segue una fase di soddisfazione durante la quale si percepisce piacere, energia e si ha un aumento dell’attività.(…)&quot;



Ecco come rientra il cioccolato in questo meccanismo: 

&quot;ll cioccolato è uno degli alimenti più irresistibili e desiderati; tanto per intenderci l’80% degli italiani lo considera il dolce più buono in assoluto. Qual è il segreto del suo successo? Spesso come risposta vengono riportate argomentazioni neurofisiologiche ineccepibili: gli zuccheri semplici che contiene innalzano i livelli di serotonina determinando buonumore, il magnesio migliora le capacità di reazione dell’organismo. La verità è che queste sostanze chimiche non sono in grado di determinare processi di dipendenza chimico-farmacologica nemmeno se assunte in grandi quantità.
Si tratta di una dipendenza di tipo psicologico scatenata da particolare processi:
- Il consumo di cioccolato viene generalmente associato a occasioni di festa e riproduce la sensazione data da momenti positivi di emozionalità familiare; 
- Il cioccolato rappresenta la conciliazione di opposti: può essere solido e liquido, chiaro e scuro, dolce e amaro. La sua capacità di riunire in sé le contrapposizioni dà l’idea di un di un piacere completo e quindi più gratificante; 
- Abbraccia significati materni di protezione, ma al tempo stesso impulsi atavici come la necessità di mordere e trarne soddisfazione. Coinvolge sfere inconsce sensoriali molto forti: per questo quando si gusta un cioccolatino si ha l’impressione di staccare da tutto il resto!&quot;

Ma esiste davvero una cioccodipendenza regolata da sostanze psicoattive ?
 
&quot;In alcuni casi il cioccolato è capace di dare una vera e propria dipendenza, definita come una totale incapacità di resistere a una o più reazioni: il “cioccotossico” non riesce a fermarsi una volta che ha cominciato la tavoletta, e la quantità che consuma, secondo tutti quelli che lo circondano, è di gran lunga superiore alla media pro capite. Non si può praticamente parlare di astinenza, perché i veri abusatori di cioccolato non smettono mai di mangiarne, non fanno nessuna differenza tra l’estate e l’inverno.
Il cioccolato contiene importanti sostanze psicoattive: accanto alle più conosciute teobromina e caffeina, eccitanti e stimolanti del respiro e dell’attività cardiaca, troviamo fenilalanina e tiroxina che sono precursori di dopamina e noradrenalina, importanti mediatori del sistema nervoso centrale. La presenza di tali sostanze potrebbe spiegare l’efficacia del cioccolato nel contrastare stati di ansietà e di depressione e nell’indurre sensazioni di piacere, benessere fisico e psichico ed una aumentata capacità lavorativa.&quot;
 
La ricerca rimane aperta, tuttavia va il merito a questo filone scientifico, di aver trovato una alternativa più piacevole, se utilizzata in modo moderato e funzionale, alle altre sostanze stimolanti decisamente più nocive per mente e corpo! 
Buon cioccolato a tutti
 
 
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